• Ciao da Chevin e Samanda

    Poesia da spiaggia, Sicilia

    D'un tratto, mi giunse all'orecchio il nome del bambino la cui mamma sicula strillava a centro spiaggia: CHEVIN.
    Si. Chevin.

    E poi, le strade con le buche, i paesi diroccati, i cani randagi e le case mai terminate.
    La bellezza di quest'isola con "il vulcano buono".

    Ma perché "Chevin", mi dissi.
    Forse perché la sorellina si chiamava SamanDa?

    L'universo giocava con me, conclusi.

    Mi voltai e continuai a vivere come se nulla fosse.

  • Ecco perchè usiamo gli inglesismi

    Perchè usiamo gli inglesismi

    Ecco perchè usiamo gli inglesismi

    Perchè secondo te usiamo gli inglesismi a sproposito?
    Io credo che tentiamo di mascherare il provincialismo che c'è in noi con tanta fuffa.

    Ma si, dai, siamo super eroi che nascondiamo la nostra vera identità da paesani dietro una maschera fatta di terminologie d'alta metropoli.
    Siamo tutti italiani provenienti da paesini come Travaghero o Tassarolo (con tutto il rispetto) ma esterniamo città come New York o Losangeles!

    dishwhaser o lavapiatti

    Affermare che siamo dish washer fa più effetto che dichiararci lavapiatti; uno store manager non è un semplice magazziniere di paese, cazzo!

    Quanta fuffa sui social

    Ed eccoci catapultati su Linkedin, il social network più ricco in assoluto di fuffa - dove secondo una mia stima, l'80% pubblica o consiglia qualcosa che neanche ha letto. Lo dimostra il fatto che se tenti una discussione sull'argomento, quasi nessuno è in grado di rispondere.
    Abbiamo poi un 7% che scrive articoli di mano propria e un 3% che crede di essere su Facebook quando pubblica contenuti emotivi come gattini o aforismi - ricordo sempre che le citazioni e gli aforismi si usano per allungare il brodo, ergo, usiamo una frase di un altro perchè non sappiamo come legare un discorso o concludere con poesia un argomento, dimenticando che possiamo anche evitare finire nel ridicolo (ai miei occhi, si) - ma questo è un altro discorso.

    Si, siamo tutti super eroi che devono nascondere la propria insicurezza o peggio, l'incapacità di gestire la lingua italiana perchè sono un figo se mi spaccio per Google partner ma soprattutto, produco fuffa perchè non sarò mai socio (magari!) di Google.

    Sono un tipo semplice

    Qualche tempo fa un amico mi ha fatto passare uno dei momenti più divertenti degli ultimi anni.
    Marco (non dirò il vero nome) presidiava in un brief... emm... in una riunione di stabilimento.

    Egli è un pezzo grosso li dentro, nel senso che ne capisce e pochi osano contraddirlo.
    Ebbene, d'un tratto un ingneniere gli ha chiesto:

    Come viene gestita la centrale in termini di setting plan o production baseline?
    Senza frare una piega, Marco ha risposto: al mattino guardo fuori dalla finestra e mi regolo in base all’umore. Sono un tipo semplice.

    Silenzio in sala, sguardi perplessi. Ma la perplessità, secondo me, stava nella domanda!
    Ma la smettiamo di ostentare Losangeles quando siamo di Buffalora? (con tutto il rispetto).

    Insicuri.
    Persone che interiormente vivono in un paesello con un osteria in centro e alla sera vanno a giocare a ramino con un bicchiere di vino davanti.

    Irritants! Dio santo

    La novità adesso è nei luoghi di lavoro: per omologare una situazione sgradevole e fastidiosa, viene imposta la categoria degli irritants.
    C'è un neon che lampeggia? Una porta che cigola?
    Quello è un irritants; non un fastidio perchè se fosse semplicemente un fastidio da lamentare al capo, quel cazzo di neon te lo saresti tenuto per sempre e tanti saluti.

    Invece no. Ora categorizzando un neon che lampeggia come irritants, i capi sono autorizzati a sostituirlo.
    Ma ti rendi conto?

    Scusa tanto ma io non ne posso più di questi paesanelli che si credono agenti speciali infiltrati in azioni da forze speciali.
    Ma la smettiamo?

    Non contenti, poi, mettono tutto nero su bianco, come l'immagine (autentica) di copertina di questo articolo.

    Eccone un'altra (rigorosamente autentica):

    Inglesismi

    Ma parlate come mangiate, direbbe Elio.
    PS: GRAZIE, Marco che mi aggiorni su tutte le fesserie che ascolti in quelle tristissime riunioni buffaloresi.
    Con tutto il rispetto, ovviamente.

     

  • Festa dell'unità a Novi Ligure: 1982!

    1982, Festa dell'unità a Novi Ligure: divertimento assicurato

    Un'estate come tante, forse quella del 1982.
    Festival dell'unità, Novi Ligure, Parco Aurora.
    Avevano organizzato una diretta radiofonica da Viva Radio, la nuova radio FM che trasmetteva da Via Giardengo, sopra il cinema IRIS.
    Si, l'IRIS, non il cinema Moderno, quello più avanti verso via Roma, l'unica sala AL CONTRARIO, in salita, i posti dietro più bassi di quelli davanti.
    l'IRIS. Il cinema che ti restituivano come resto i cewingum, e che chissà perchè però non accettavano come moneta di pagamento ma questo è un altro discorso.

    Quella sera, al Parco Aurora, la festa si srotolava come al solito: musica anni 80 (ma va?), zanzare e il DJ di Viva Radio che ogni tanto diceva qualcosa.
    L'impianto era semplice: un sintonizzatore ed un amplificatore audio mostruoso.
    Quale occasione per un radioamatore come me e un appassionato di elettronica come il mio amico Paolo Mezzanotte?
    Quale occasione per rompere i coglioni per bene grazie alle nostre conoscenze bassa/alta frequenza?

    Armati di un trasmettitore FM, in tasca, Paolo ed io ci avviammo verso l'impianto.
    La gente ballava e si divertiva. Qualcuno si ubriacava, probabilmente oggi, costui continuerà a farlo. Invece, altri oggi non ci saranno più e avranno quindi smesso ma io sono qui a dirti che accendemmo il trasmettitore.

    Descrivere il boato che uscì dalle casse non è possibile.
    Un innesco pauroso tra un impianto da qualche migliaio di Watts e il microfono del nostro trasmettitore posto davanti alle casse, esplose in una deflagrazione atomica.

    Poi, silenzio.
    L'impianto entrò in protezione per pochi secondi e riprese a diffondere la voce del DJ, ignaro di quanto stava accadendo li, al Parco.

    La gente in pista, attonita; ma cio che più mi rimase impresso, fu la faccia dei tecnici che per ore ed ore cercarono di trovare il guasto.
    Eh si, perchè secondo voi, ci fermammo?
    No, cari amici e vicini. Continuammo tutta la serata a rompere i timpani, i coglioni e a sfracellare il fegato ai tecnici, costringendoli alla ricerca di un guasto inesistente.

    Questa era la mia Novi, sezione elettronica, anni 80.

  • L'elenco delle suppliche che a noi SEO tocca sentire quasi tutti i giorni


    L'elenco definitivo delle suppliche che i SEO sentono quasi tutti i giorni

     

    L'elenco è in costante aggioronamento. Chi partecipa viene citato con un link (dofollow).
    Scrivete nei commenti o sui social e vi aggiungo.

    Dateci sotto.

     

    • Voglio pochi testi perché 'tanto nessuno li legge
    • Guarda che la SEO è morta, oramai
    • Tu fammi il sito e i testi te li passo io
    • Il mio sito dev'essere molto visual e poco textual (evviva gli inglesismi)
    • Le immagini sono sgranate; migliora la qualità più che puoi
    • Voglio un filmato che duri almeno 20 minuti prima che l'utenza navighi per il sito
    • Voglio che il mio sito salti fuori in prima pagina
    • Se clicco tante volte sul mio sito, questo diventa più visibile?
    • Un mio amico (mio cugino, il figlio dell'amica di mia moglie, ecc), mi ha detto che nei testi è meglio ripetere tante volte la parola chiave (grazie, Karim Medana Medana)
    • Voglio che all'apertura della home parta una canzone
    • Si deve vedere bene da PC fisso, da cellulare non lo apre nessuno
    • Se smetto di pagare il sito non si vede più?" (o "non viene più fuori"). (grazie Andrea Tartara)
    • Se cerco la parola chiave XXX non mi vedo (grazie Francesco Ammenti)
    • Voglio un contatore delle visite
    • Scelgo una lista di parole chiave e te la mando
    • Se scrivo il nome del mio dominio non appaio più in prima riga
    • Trattami bene, che poi ti faccio fare altri lavori
    • C'è poco budget, ma è un cliente importante
    • Ci rimangono male perché si fidano di te
    • Fammi lo sconto, i testi te li passo io (Grazie Andrea Lioci)
    • "Ce l'ha un sito, vero?"
      "Sí sí!"
      "Mi dà l'indirizzo che faccio un po' di controlli?"
      "Certo! eccolo: [email protected]. (grazie Gabriele Goldoni)
    • Grazie! Finalmente il mio sito è visibile e ricevo un sacco di ordini. Non ho più bisogno della sua assistenza posso andare avanti pure da solo (grazie Angelo Malfitano)
    • Ma non puoi prendere le immagini da repertorio su internet!” @qualcuno di voi sa il link del sito di repertorio? (grazie Angelo Malfitano)
    • "Le immagini te le avevo mandate io già pronte fatte da un fotografo...”
      PS: sono arrivati gli screenshot delle immagini con la barra di Windows sullo sfondo (grazie Angelo Malfitano).
    • Io ce l'ho già un sito su facebook. Ed ho anche tanti amici! (grazie Cristina Benedetto)
    • Mi chiama un cliente. Lamenta:
      "il mio concorrente è più visibile"
      "Come fa a saperlo?"
      "Me l'ha detto Google al telefono questa mattina"
      (in mattinata lo aveva chiamato la sollita web agency che spacciandosi per Google, lo aveva avvertito che i suoi concorrenti erano più visibili)

     

     

  • Lavezzari a Novi Ligure: lo scherzo più bello della storia

    Cane e gatto

    1990: Lavezzari a Novi Ligure: lo scherzo più bello della storia

    Era da troppo tempo che sognavamo di fare uno scherzo simile a qualcuno e il massimo del divertimento sarebbe stato farlo a Luigi.
    Eh si, perchè far fumare una canna ad uno di noi - a sua insaputa si intende - non sarebbe stato altrettanto divertente.

    Chi era Luigi?

    Luigi era Luigi, capisci?
    Luigi, era un giocatore di bocce.
    Luigi, cantava canzoni di liscio tutto il giorno e beveva vino.
    Quello buono, ovviamente.

    La compagnia del Luigi, era composta da settantenni che giocavano a ramino il sabato sera in osteria.
    Luigi, parlava solo in dialetto ed era un contadino cattolico: andava rigorosamente a messa la domenica e recitava le preghiere prima di coricarsi, sai com'è, coi tempi che corrono...
    Luigi arrivava da un paesino dove il massimo evento della settimana erano le campane della chiesa la domenica mattina.

    Luigi, aveva una trentina d'anni.
    Solo all'anagrafe.

    Lo scherzo

    Una canna dichiarata come normale sigaretta, secondo te, a chi avremmo dovuto farla fumare? Non certo ad uno di noi.
    Non ci saremmo divertiti allo stesso modo; inoltre, ci trovavamo di fronte ad un esperimento scientifico coi fiocchi.
    Avremmo dimostrato che il THC non produce effetti collaterali negativi ma induce calma nelle persone ansiose e puoi giurarci se ti dico che ü Luigi aveva bisogno di un po' di quiete.
    Avremmo anche dimostrato alcune capacità sibilanti del soggetto - a pressioni acustiche inaudite tra l'altro - anche se questo ancora non lo sapevamo.

    A rendere le cose facili era il fatto che Luigi era un fumatore: ogni giorno, gli partiva almeno un pacchetto e mezzo di Muratti doppio filtro, ma solo sul lavoro, sai, a casa non fumo mica, io!
    Peccato che sul lavoro ci vai tutti i giorni, scemelano - per dirla a modo suo - non ci va un altro al posto tuo ma questo è un altro discorso.

    Un'incredibile occasione

    Quella notte, in mensa, Jhonny, cosi lo chiamavamo, si stava rollando una sigaretta.
    Ogni tanto, ci metteva un'aggiuntina che condivideva con i presenti ma non quella notte.

    Era estate, l'ora era tarda.
    Era il periodo più sereno della mia vita. Ragazzi, avevo 25 anni o forse meno.

    Adoravo il turno di notte perchè potevo portarmi materiale su cui studiare: libri di informatica, elettronica, saldatore a stagno, qualche scheda da riparare o assemblare.
    Sul lavoro, di notte non dormivo mai; o condividevo col mio amico "Jhonny" qualche aggiunta alle sue sigarette truccate, o studiavo, ammesso che gli impianti dello stabilimento non avessero rogne.

    Insomma, quella notte, intorno alle 2 e mezza, Jhonny si stava rollando una sigaretta in locale mensa.
    Si chiacchierava tranquillamente quando di colpo la porta si spalancò ed apparve la figura maestosa di Luigi. Era l'ora del cicchetto.

    Si diresse verso la sua borsa: "Non ho mica tempo da perdere come voi giovani, ho l'MB da controllare" (ndr: un tipo di lavorazione)

    Guardò Jhonny: "te bon a preparomne öina anche a mi?" (sei capace a farmene una?)
    Jhonny, concentrato, annuì sorridendo ma si interruppe di colpo e lentamente alzò lo sguardo verso di me. Ci fissammo seri.

    Non potevamo crederci.
    Stava per concretizzarsi lo scherzo da sempre pianificato e mai realizzato per impossibilità organizzativa: "come gliela facciamo fumare una canna? Mica possiamo fargli uno svuotino, se ne accorgerebbe, inoltre, con il doppio filtro delle sue Muratti rischieremmo di buttare tutto".

    Mesi e mesi di progetti su come fare fumare una canna a Luigi, si materializzarono come un lingotto d'oro su un piatto d'argento: Luigi, ci stava chiedendo una sigaretta, come se non bastasse fatta a mano!

    In quello sguardo, capii tutto e non dissi nulla mentre Luigi, continuò: "fome ina sigareta e lasimla in su tavurein all'uscita". (fammi una sigaretta e lasciamela sul tavolo in sezione uscita)
    Così si chiamava il reparto dello stabilimento dove Luigi lavorava con le brache della tuta arrotolate alla zuava, le gambe bianche e pelose come un ragno da muro, canzoni campagnole a squarciagola, quelle di voi giovani non le sopporto, e il vino. Quello buono.
    Si, quel contadino di 30 anni, all'anagrafe, avrebbe trasgredito una regola spaventosa: avrebbe assunto DROGA.

    Chiuse la porta e ci lasciò soli.
    Ci riprendemmo in fretta dalla sorpresa e passammo immediatamente all'opera.
    Jhonny, produsse quella che oggi definirei "una signora canna", potente e costosa ma credimi se ti dico che ne valse la pena.
    Quel rompicoglioni di Luigi si sarebbe sballato come quei giovani che 'i fan moi gnainte in tuto u giurnu" (non fanno mai niente tutto il giorno).

    Arrivò il momento

    Gliela appoggiammo sul tavolo.
    Erano quasi le tre di notte quando luigi cantava qualcosa su una colomba che volava, vola, diglielo tu che tornerò.

    Si voltò, impugnò quel biglietto per le stelle e rimise in tasca il pacchetto di Muratti dal quale stava per attingere, probabilmente, la trentacinquesima sigaretta della giornata, guarda che io fumo solo sul lavoro, a casa non ne tocco se non dopo il caffè o un bicchiere di vino. (Quello buono).

    "Ah! Si è ricordato di farmela, eh?!", urlò sogghignando, come ogni buon campagnolo sa fare, la schiena incurvata.
    L'accese e quando inalò la prima boccata, tossì: "porca bagassa s l'è förte!" (porca miseria, se è forte!).
    "Luigi", gli dissi trattenendo a stento una risata, "quelle che fumi tu normalmente hanno un doppio filtro, questo è un tromboncino a scarico diretto!" ed immediatamente, mi arrivò quel dolce profumo pungente simile al rosmarino.
    Non posso crederci, pensai; non posso crederci.

    I miei colleghi fuggirono per evitare di ridere in faccia alla vittima ma io tenni duro.
    Avvolto da una nube densa e aromatica, Luigi aspirava a pieni polmoni ciò che sarebbe passato alla storia come lo scherzo più divertente di quello stabilimento. E della mia vita (ma non è ancora detto).

    Tossiva e non smetteva di fumare e mentre teneva quella sigaretta con poco tabacco tra le dita, procedeva nel suo lavoro cantando odi campagnole che parlavano di feste popolari, amori proibiti e quella cazzo di colomba che volava e volava, diglielo tu, ma le note iniziarono sfumare verso pentagrammi e metronomi sempre più trascinati.

    "Basta, an ghe la fasu pü!" (basta, non ce la faccio più), mi disse. "La vuoi finire?", porgendomela.
    Accettai volentieri e sempre attento ai risultati di quell'esperimento chimico/social/scientifico, mi sedetti assieme a Jhonny in silenzio ad osservare l'inizio di un fenomeno che ancor oggi ricordo con stupore.

    Accadde un fatto curioso, degno di essere menzionato sui libri di tossicologia.
    Non so se avete mai visto il film "Stati di allucinazione": il personaggio principale assume stupefacenti per raggiungere stati fisici alterati. Non mentali, fisici!
    Se in quel film l'attore si trasforma in una scimmia e in altri strani esseri, Luigi iniziò a fischiare fortissimo verso il cielo.

    Oramai erano le 3 e mezza, faceva sempre caldo in quella notte estiva del 1990 o giù di li.

    Con i portoni aperti, tra il rumore assordante dell'impianto e le zanzare, Luigi fischiava come una pentola a pressione, gli occhi rossi e la bocca asciutta.
    I brani di liscio, il vino, l'agitazione, il chiamarci solo per cognome e i pantaloni alla zuava, avevano lasciato posto a fischi assordanti diretti verso la notte stellata.

    Iniziammo a ridere increduli; ragazzi, si stava realizzando il sogno di chiunque avesse voluto vendicarsi delle angherie subite da Luigi.
    Perchè diciamocelo: Luigi era un pezzo di pane imbevuto nel vino (quello buono, si intende) ma era un gran rompicoglioni, di quelli che ti vogliono mettere all'ordine e sugli attenti di continuo, perchè ogni reazione o rapporto con Luigi era sempre caratterizzata da urla e caziatoni (di poco valore).

    Fischiava!

    Poi, smise e barcollando, pronunciò quella frase che mai più scorderò per il resto della mia vita: "vabeh...a sè vdemu". (Va bene, ci vediamo).
    Impugnò la ringhiera della scala, sguardo basso, borbottando come il sacerdote dello sballo, più vecchio del mondo e si avviò per lo stabilimento, probabilmente a coricarsi da qualche parte.
    Un pisolino, in fondo, se lo meritava dopo una notte simile.

    Il giorno dopo

    Il giorno dopo lo incontrai negli spogliatoi.

    "Ciao Luigi, com'è?"
    "Bene! Andiamo a lavorare, forza!" Rispose urlando da buon agricolo.
    "Luigi, ieri sera ti è venuto sonno?"
    "Mi fissò con uno strano sguardo, i capillari rotti nel naso, provocati non certo dagli urti di boccali di vino vuoti.

    "Non ti sei accorto di nulla, ieri sera?"
    "Non lo so, dimmelo tu!", disse passando immediatamente alla difensiva.
    "Ascolta bene", gli dissi. "Tra tre anni, a partire da adesso, ti descriverò lo scherzo che ti abbiamo fatto ieri sera".

    C'era uno strano silenzio negli spogliatoi.
    L'atmosfera non era tesa ma canzonata, perchè tutti sapevano tutto.
    Segnai una data su un'agenda elettronica (all'epoca c'erano i primi databank!) e tre anni più avanti da quel giorno mi sarebbe arrivato un avviso.
    E dopo tre anni mantenni la parola.

    "Luigi, ricordi quella notte?"
    "Certo! Come potrei dimenticarmela!".
    Glielo dissi con una sfrontatezza da non lasciare spazio ad alcun rigiro.
    "Quella notte ti feci fumare uno spinello!"
    Gli diedi le spalle e me ne andai sorridendo.

    Rimase fermo ed incredulo per una decina di secondi.
    Da lontano, sentii urla e movimento: "SIETE MATTI?! Scemelani che non siete altro! Vieni qui, tranvai! Mi ero accorto che cera qualcosa di strano, cosa credi! E se non potevo più farne a meno? E se prendevo l'aids?"

    Era il 1990, ragazzi

    1990. Il periodo più sereno della mia vita.
    Questi ricordi oggi li posso raccontare e condividere su un blog.
    La mia Internet, a quell'epoca, la facevo via radio tramite packet a 432mhz.


    Questa storia è vera. Solo un nome è di fantasia.

  • Pronto, c'è Giovanni? Chiesi al telefono, in divisa

    Pronto, c'è Giovanni? Chiese una voce al telefono

    Quando venni a sapere che mi sarei dovuto alzare alle quattro del mattino per un piantonamento da sei ore e mezza, per poco non svenni.
    Se il servizio più terribile era il tre-sei, sicuramente il più noioso, a livelli disumani, era il servizio di piantone ospedaliero.
    Una tortura immane. Inaudita.

    Non potevamo credere di chiuderci dentro una stanza per così tanto tempo ma oramai sapevamo che poteva accadere perchè era già successo altre volte; al sei-tre ero (quasi) riuscito ad abituarmi.
    Al piantonamento NO. Mai e poi mai.

    Avevo però qualche attenuante su cui contare.
    Prima di tutto, avrei goduto della compagnia di Claudio: in due, il suicidio per noia non sarebbe stato così facile.
    Secondo di tutto, la mia mente perfida avrebbe escogitato una tattica per consumare con meno sofferenza quell'interminabile lasso di tempo.
    Terzo di tutto, eravamo al chiuso, al caldo e, di nascosto, avrei portato qualche rivista da sfogliare. Vietatissimo ma fattibile.

    Ma si, tutto sommato non sarebbe andata malaccio. Con Claudio, poi, sarei riuscito a chiacchierare anche 12 ore di fila.
    In ogni caso, il mio destino era segnato: rimaneva la questione della mostruosa ora di sveglia. Le quattro del mattino erano un orario brutale e crudele. Mai avrei sospettato che negli anni a venire, avrei fatto dieci anni di turni in uno stabilimento, senza riuscire mai ad abituarmi alla sveglia delle 5.

    Ci recammo all'ospedale di Alessandria.
    Lungo il corridoio che portava verso la camera del malato da piantonare, notai un telefono. Una linea interna dell'ospedale, riflettei.
    In preda ad un flash incontrollabile, mi fermai, lessi e memorizzai il numero. Quattro cifre si potevano ricordare facilmente.
    Mi voltai e fissai serio Claudio: "qualsiasi cosa accadrà oggi, non fermarmi e vedrai che il tempo passerà più facilmente. Prometti?".
    Claudio mi conosceva e con sguardo perplesso, non rispose. Aggrottando la fronte proseguì scrollando lentamente la testa.

    Entrammo nella sala delle torture e salutammo i colleghi che lasciavano - con piacere - la stanza.
    Ci chiudemmo a chiave.

    Un tavolo con un monitor e due telefoni occupava il centro sala.
    Un telefono per le chiamate interne all'ospedale, in caso il detenuto si sentisse male, l'altro per le chiamate esterne.
    Non persi tempo: alzai una cornetta e composi il numero annotato pochi minuti prima.
    Sul monitor vidi un infermiere dirigersi lentamente verso quel telefono.
    La telecamera lo riprendeva perfettamente. Ottimo, sogghignai.

    "Si?", rispose l'infermiere.
    "Mi scusi, sto cercando Giovanni. Può vedere se è in reparto?"

    Claudio era attonito. Seduto sul divano, mi guardava con gli occhi sgranati, la bocca aperta.
    Solo qualche mese prima se un Carabiniere mi avesse guardato in quel modo mi sarei preoccupato.
    Ora, ero io il Carabiniere e un mio parigrado mi stava fissando proprio in quel modo.

    L'infermiere ebbe un momento di esitazione, poi farfugliò qualcosa di incomprensibile e posò il ricevitore senza agganciare.
    Dal monitor lo vidi allontanarsi ed entrare in una stanza adiacente e poco dopo, tornò: "Qui non c'è nessun Giovanni".

    "Grazie, mi scusi tanto", riagganciai.
    Claudio aveva le mani tra i capelli e fissava le scarpe: "Cosa hai intenzione di fare?", chiese con un filo di voce.

    "Taci e osserva".
    Passò un minuto e ripetei la chiamata: "Giovanni?"
    "No", rispose l'infermiere.
    "Abbia pazienza, può controllare se è arrivato?"
    "Un momento..".

    Rigorosamente in bianco e nero sul tubo catodico di quel monitor, apparve la stessa scena.
    Gli schermi LCD piatti e sottili sarebbero arrivati almeno vent'anni più tardi.

    L'infermiere tornò: "Niente, non c'è. Mi scusi, ho un po' da fare..."
    "Grazie" lo interruppi bruscamente: "E' molto importante ed urgente", chiusi la comunicazione.

    La cosa si ripetè per sei ore. Sei ore di telefonate, alla ricerca di Giovanni.
    Un incubo agghiacciante.

    Solo a vent'anni, se si è in preda a follia, si trova il coraggio per certe azioni. Ma a volte, alcune cose si fanno anche in piena lucidità mentale.
    Si fanno magari perchè, poi, le puoi raccontare ad un gruppo di amici ritrovati venticinque anni dopo su un social network di colore blu o sul tuo blog.
    Quella mattina, vidi l'infermiere rispondere al telefono almeno una ventina di volte e per altrettante occasioni, lo vidi allontanarsi per cercare Giovanni.

    Ammetto con piena modestia di essere stato un genio: ad ogni chiamata trovavo scuse perfettamente plausibili per riuscire a smuovere quell'inserviente per mandarlo a cercare quell'inesistente persona.

    Claudio, intanto, era in preda a spasmi di rabbia e risate: "SMETTILA!!", urlava. "Hai una divisa, non ti vedi?"
    "Mi hai promesso che non saresti intervenuto!", gli ricordai serio e, incredibilmente, in quel lasso di tempo interminabile, riuscii a tenere a bada sia Claudio che l'infermiere.

    Tutto si svolse secondo un mio scellerato piano: sopravvivere alle sei ore e giungere alla conclusione di quella orrenda tortura cui stavo sottoponendo l'impiegato dell'ospedale.
    E il mio collega.

    E la conclusione di Tutto arrivò.

    Mancavano trenta minuti alla fine del turno.
    Impugnai l'ultima volta la cornetta e composi ancora quel numero ruotando il disco combinatore.
    Vidi una figura in bianco e nero avvicinarsi stancamente a quel telefono, laggiù, lungo quel corridoio: "Si?"
    Con voce alterata chiesi: "Sono Giovanni. Mi ha cercato qualcuno?"

    Per un attimo seguì il silenzio.
    Poi si scatenò l'inferno.

    Le urla dell'infermiere tuonarono attraversando il corridoio e con un riverbero confuso, attraversarono la porta blindata.
    "IO SONO L'INFERMIERE DI TURNO!!! FACCIO IL MIO LAVORO DA VENT'ANNI!!! CHI E' QUELLO STRONZO CHE ROMPE I COGLIONI????"
    E via su questo tono.

    Claudio era incredulo.
    Conosceva quella barzelletta ma mai avrebbe sospettato che l'avrei portata sul palcoscenico del turno di piantone.
    Mai avrebbe creduto avessi fatto sul serio.

    Ridemmo così tanto che non ci accorgemmo dei colleghi venuti a darci il cambio.
    Con fatica, ci ricomponemmo e uscimmo dalla stanza con sguardo truce, tipico da carabinieri anni 80, figli di film e telefilm con Bombolo e Thomas Milian.

    Passammo accanto all'infermiere che alzò lo sguardo di scatto e ci guardò serio.
    Per un momento, solo per un momento, lessi qualcosa nei suoi occhi, forse un interrogativo: "Possibile che...?"
    "No" - avrà pensato - "Sono Carabinieri".

    Poi distolse velocemente l'attenzione come per scrollarsi di dosso quello strano pensiero accusatorio e proseguì la sua vita, sicuramente, con uno spirito diverso da quello di inizio turno.

    Dove sei, oggi, caro infermiere?
    Ero io, Giovanni.

    Telefono analogico

  • Topi e zanzare? Pest Reject

    Pest Reject contro topi e zanzare

    Sono rimasto letteralmente SBALORDITO di fronte alla tv mentre passava la pubblicità di una strabiliante novità tecnologica: il Pest Reject!

    Si tratta di un apparecchio in grado di proteggere da insetti, mosche, zanzare, ratti e ragni la nostra abitazione.
    Il funzionamento si basa su (parole testuali) impulsi elettromagnetici digitali, la stessa tecnologia delle schede grafiche presenti nel computer.
    Fantastico: per 69Euro te ne danno due.

    Per un momento ho creduto di assistere ad una puntata di Ciao Belli.

  • Un drago in stabilimento alle tre di notte

    Un drago alla Lavezzari di Novi Ligure

    Quella maschera era incredibilmente reale.
    Con il muso proteso, le orecchie a punta, la lingua fuori ed un'orrenda criniera verde, ti trasformava in un drago a tutti gli effetti.
    Non sputavi fiamme e rimanevi vestito da operaio ma la testa, ragazzi, era incredibilmente reale: diventavi un drago, punto e basta.
    Prova a chiederlo a Francesco Sala.

    Pioveva

    Mi misi d'accordo con i miei amici, Diego e Marco, compagni di turno: "indosso la maschera e faccio il giro del capannone. Tra una decina di minuti, telefonate a Francesco e ditegli di dare un'occhiata fuori perchè... non so, inventatevi la solita scusa, avete visto un'auto sospetta girare nel piazzale".

    In quegli anni, facevo i turni alla Lavezzari di Novi Ligure. Sarà stato il 1992 e in quel periodo lo stabilimento era appena entrato in produzione.
    La mansione di elettricista mi consentiva un sacco di tempo libero durante la notte.
    Ad essere sincero, ne avevo anche di giorno di tempo libero, ma questo è un altro discorso.

    Privi di portineria e servizio guardia, era molto frequente "dare un'occhiata fuori" e noi dovevamo pur fare uscire Francesco per spaventarlo a dovere; insomma, non era da tutti i giorni trovarsi un drago, con tanto di criniera verde, ad aspettarti dietro la porta alle 3 di notte.

    Devi anche sapere che Francesco era un tipo mite e lavorava in una zona deserta dello stabilimento.
    Se dovevo fare uno scherzo tremendo a qualcuno, di certo non sarei andato da un tipo dinamico, non sei d'accordo?

    Indossai la maschera, uscii dal capannone e percorsi circa 300 metri di corsa sotto l'acqua piovana per raggiungere quella porta dalla quale, entro breve, sarebbe uscito il povero Francesco per "dare un'occhiata fuori, sai, abbiamo visto un'auto girare nel piazzale".

    Misi la maschera e divenni più drago che mai, a braccia conserte.
    Cazzo, mi stavo pure bagnando, Dio come pioveva!

    Sentivo le gocce martellare sulla gomma della maschera.
    La lingua rossa gocciolava e dai fori degli occhi vedevo la maniglia della porta immobile. Presto sarebbe uscito un povero metalmeccanico a dare un'occhiata.

    Ricordo un particolare che mi divertiva: il mio abbigliamento. Ero un drago ma vestito da operaio!
    Tuta verde, targa "Lavezzari" sul taschino, testa da drago. Fantastico.

    Poco distante da me, le ventole delle torri di raffreddamento rombavano sotto la luce gialla al sodio.
    Passarono forse due minuti quando la maniglia scese cigolando e la porta lentamente si aprì.

    Timidamente, fece capolino la testa di Francesco ma si bloccò all'istante quando mi vide: sgranò gli occhi e spalancò la bocca in un'espressione di puro stupore.
    La creatura che si trovò innanzi emise un ruggito gutturale da film dell'orrore ma rimase a braccia intrecciate.
    Parve un ruggito molto eloquente: l'immondo essere pareva sussurrargli ti aspettavo in modo confidenziale.

    Ebbene si. Quella notte, alle tre e dieci, Francesco avvistò una fiera orripilante, vestita da operaio, dietro la porta del capannone.
    E la udì pure ruggire a braccia conserte.
    Ragazzi, la creatura voleva solo lui.

    Mi limitai solo a ruggire ma bastò.
    Il collega si ritirò lentamente in un sospiro rumoroso lasciando la porta aperta.
    - Che succede? - pensai sghignazzando.

    Entrai.
    Vidi un operaio afflitto, chino, che si reggeva malapena al maniglione antipanico, l'espressione vacua.
    Francesco respirava affannosamente e produceva un rumore asmatico, leggermente inquietante.
    Aveva lo sguardo perso nel nulla e rantolava cercando di riprendersi dallo shock.

    Non sapevo se ridere o preoccuparmi. Scelsi la seconda e trattenendo a stento la prima, dissi: "Ehi! Ci sei? Ti sei spaventato? Come stai?"
    Mi tolsi la maschera e in quel momento egli si voltò e si riprese sorridendo ma con affanno.

    Esplodemmo in risate ma ancora ero non immaginavo quanto avrei appreso da li a poco.
    Ridemmo per dieci minuti buoni e a forza di patte sulle spalle feci riprendere Francesco dallo sgomento, il cui orrore aveva superato i livelli di guardia.

    "Ma quando ti hanno chiamato, non ti è venuto il dubbio che stessero scherzando?" chiesi all'operaio ancora scosso.
    "Chiamato? Chi mi avrebbe dovuto chiamare?", disse confuso.

    Per pochi secondi rimasi interdetto e fu allora che lo scherzo culminò nei contorni della favola più bella che possa ricordare, perchè vedi, Diego e Marco si dimenticarono del tutto di telefonare a Francesco per chiedergli di "dare un'occhiata fuori".
    Egli aprì la porta in tutta tranquillità per prendere un'innocua boccata d'aria e vedere se aveva smesso di piovere.

    Pensa, un conto è presentarsi con i sensi all'erta per cercare un'auto sospetta nel piazzale; diverso è esporsi in completa tranquillità e trovarsi di fronte un orrendo drago ruggente.
    Con criniera verde, per giunta!

    Furono anni fantastici e questo non fu l'unico scherzo che partorii ad un mio collega.
    Un giorno, proverò a scrivere cosa feci al mio amico Gianluigi Bianchi: lo scherzo che a distanza di vent'anni ancora viene narrato alle generazioni odierne e future.

  • Una barzelletta sui Carabinieri vissuta in prima persona

    Un prode ACA: l'Allievo Carabiniere Ausiliario Giudice Andrea

    Quella sera, in viaggio di ritorno verso casa sulla mia formidabile Talbot Sunbeam (0...100km/h, 3minuti), sedeva al posto passeggero la mia fidanzata.

    Era una soleggiata domenica dell'87 o giù di li.
    l'ACA Beretta, un mio collega di Cernaia (corso 123), addetto ai turni licenze, mi lasciò il fine settimana libero.
    Come sempre.
    In vero, egli mi concedeva sempre una licenza nel weekend. Evidentemente, mi aveva preso in simpatia.

    Autostrada A26

    Durante un sorpasso in terza corsia, un auto iniziò a chiudermi verso il Guard Ray.
    Frenai bruscamente lasciandola passare avanti, in modo da evitare la distruzione della fiancata.

    Scosso dallo spavento, dopo qualche minuto, la vendetta dell'ACA non tardò ad arrivare.
    Raggiunsi quell'automobile, tentai nuovamente un sorpasso e, minaccioso più che mai, sventolai la mia tessera da Allievo Carabiniere Ausiliario (formato carta d'identità), il cui valore militare equivaleva a meno di nulla e gli intimai una fermata alla prima area di sosta.
    Il tutto, ovviamente, in corsa, da abitacolo ad abitacolo, in l'autostrada, a 100 all'ora.
    Sai com'è, in ballo c'era il mio orgoglio da ACA, le urla del mio tenente Sciurpa e le fughe dal tenente Cuneo.

    L'autista dell'altra automobile, accennò un si distratto ed iniziò a rallentare seguendomi verso un'area di sosta, il primo parcheggio sull'A26 subito dopo il viadotto Gorsexio.

    Scendemmo dalle rispettive automobili.
    La mia fidanzata, seduta in macchina, timorosa della mia rabbia.
    Ero un predatore notturno; un giustiziere senza macchia e alamari.
    Tra me e lui, il frastuono dell'autostrada ed un piacevole vento estivo.
    Le ombre erano lunghe.

    Il guidatore dell'altra auto mi si avvicinò e con cautela proferì la frase che a distanza di quasi trent'anni ricordo come se me l'avessero pronunciata pochi minuti fa: "Cosa sei?"
    Con sguardo truce, ostentai il mio cartellino su cartoncino, due pagine beige con foto tessera stropicciata, pronunciando un deciso: "Carabini..." ma non finii la frase.

    Improvvisamente, l'uomo che avevo di fronte urlò: "MARESCIALLO DI PS!" e con uno scatto fulmineo estrasse un tesserino plastificato color arancio, piazzandomelo davanti agli occhi.

    Sbalordito, rimasi senza parole. Dalle mie labbra uscì un flebile "Ma...".
    "Stronzo!", strillò. "STRONZO, VAI VIA! VAI A CASA!", l'indice puntato verso la mia auto.
    Mi voltai a testa bassa e con la coda tra le gambe mi diressi verso il mio mezzo meccanico a quattro ruote.

    Con la bocca spalancata e l'indice puntato verso l'alto (più in segno di pietà che d'altro), provai a voltarmi l'ultima volta, farfugliando qualcosa ma lo sguardo inclemente del maresciallo mi fece sgattaiolare immediatamente all'interno della Super ACA Mobile dove trovai la mia fidanzata in lacrime dalle risate.

    Avevo la testa leggera: non mi pareva di vivere di prima persona quanto stava accadendo.
    Provavo la curiosa sensazione di assistere ad una sciagura altrui trovandola goffamente ridicola.
    Non ero io ad aver minacciato con un tesserino dal valore nullo un maresciallo della polizia e non avevo intimato a nessuno di fermarsi.
    Forse, qualche ora prima ero in spiaggia da qualche parte.
    Si, può essere.

    Ma poco dopo tornai in me ed iniziai a ridere... con uno strano sapore in bocca: quello della paura di averla combinata grossa.

    Il giorno dopo, in Cernaia, raccontai l'accaduto al mio tenente (evitando di scendere troppo nei particolari, non si poteva mai sapere) che, evitando di ridermi in faccia, disse: "Non si preoccupi. Se salta fuori qualcosa me lo faccia sapere".

    La ricordo come una delle più belle barzellette sui carabinieri che vissi di prima persona.

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