• Addio, amico mio

    Dare l'addio ad un amico

    La seconda volta che decisi di dare l'addio ad un amico, accadde per motivi di denaro.
    Non avrei mai creduto di poterlo fare perchè stupidamente, mi reputavo un gradino superiore.
    Sbagliavo.

    Spesso, ricevo incarichi di lavoro informatico: rimozione virus da computer infetti, velocizzare sistemi operativi che girano su hardware obsoleto, recupero dati da hard disk, ecc.
    Le solite cose che normalmente un appassionato svolge quasi giornalmente.
    Ho sempre chiesto 50€ per queste mansioni, anche se richiedevano più del tempo previsto.
    (Sono caro? Si e difatti, a volte, accadono cose straordinarie.)

    Ricordo tempo fa che resuscitai letteralmente un portatile talmente lento che il proprietario ne aveva già decretato la fine.
    Dopo quasi una settimana di lavoro, scoprii il sistema per farlo decollare, ma non voglio divagare oltre.
    L'ottobre del 2014 lo ricorderò come il mese della delusione.
    Rimasi sbalordito al punto di prendere una decisione importante: dimenticare l'esistenza di una persona.

    Ci vedevamo spesso, andavo a trovarlo per pura amicizia.
    Condividevamo parecchie cose, dalla passione per Internet a quella della fotografia.
    Si discuteva per ore di musica, acquisti e tecnologia.

    Un giorno, egli decise di affidarmi un hard disk esterno da 1Tb: a suo dire, erano presenti 900gb di foto erroneamente cancellate.
    "Certo, è possibile recuperarle", dissi. "L'importante è che tu non abbia scritto altri dati, su quel supporto".
    "In verità, ho scritto qualcosa, poco meno di 1gb ma tutto il resto dovrebbe essere ancora recuperabile", disse con quel suo modo unico di parlare, distogliendo l'attenzione da un lavoro a computer.
    "Proviamo", proposi. "Portamelo e vediamo cosa posso fare."

    Dopo qualche settimana, mi fece avere il disco fisso e un portatile.
    Gli telefonai per sapere cosa avrei dovuto fare con quel laptop.
    "Va lento, Andrea. Va pianissimo e ci sono alcuni virus. Inoltre, recuperami se puoi tutte le foto e puliscilo".

    Quel laptop, era infetto dalla bellezza di oltre 200 virus diversi e si spegneva a metà lavoro.
    Avevo quasi rinunciato alla manutenzione: "Purtroppo, non posso metterci le mani. Si spegne senza preavviso. Te lo devo restituire, non ne vale la pena, ha qualche problema hardware".
    "OKay", disse telefonicamente. "Lasciamo perdere il portatile. Mi interessa solo l'hard disk".

    Dopo qualche ora, scoprii che il presunto problema hardware di quel laptop era semplice polvere nelle ventole. Si surriscaldava e la CPU andava in protezione.
    Durante una pausa da lavoro, lo smontai e lo soffiai con aria compressa.
    Proseguii quindi con la manutenzione, portando alla conclusione il lavoro: il completo recupero dei dati, l'assoluta rimozione dei virus, degli spyware, degli hijack e un'ottimizzazione generale delle risorse. Era come nuovo!

    Per l'hard disk il discorso fu leggermente diverso perchè scoprii un fatto curioso: il file system era in FAT32.
    Strano. Oggi, a parte alcune chiavette USB, i dischi da 1Tb (non a stato solido), escono di negozio su NTFS.
    Come mai quel disco era in FAT32?
    Lasciai tutto com'era e procedetti al primo tentativo di recupero dati; tentativo infruttuoso, in quanto ciò che vidi non furono 900gb di foto cancellate ma centinaia e centinaia di file da poche decine di kilobyte, con estensione raw, sovrascritti e irrecuperabili.
    Scoprii in seguito cos'erano quei file.

    Di sicuro, non erano presenti 900gb di foto. Recuperai tutto il recuperabile su un altro supporto e convertii il file system in NTFS per poter scrivere alcune ISO da 4gb.
    Quattro / cinque giorni di lavoro, svolto prevalentemente nelle ore di pausa pranzo, con la forchetta in una mano e il mouse nell'altra, la sera, dopo cena e diverse ore di scansioni notturne.

    Gli telefonai e lo avvertii che sarei passato a consegnargli portatile e disco fisso, perfettamente funzionanti.

    Quando mi vide, aprì l'anta di un armadio per prendere un portafogli.
    Lo interruppi: "Ascolta, solitamente per questi lavori prendo 50€".
    Percepii distintamente un'insolita tensione che mi spinse a chiedere fosse troppo.
    "Si, è tanto ma pago sempre il dovuto", rispose titubante.
    "Bene, scappo. Sono sul lavoro. Se hai problemi, non esitare a chiamarmi".
    Mi diressi verso l'uscita del suo ufficio con un insolito presagio. Era come se si fosse rotto qualcosa.
    Si. Era successo qualcosa a cui non ero preparato.

    Dopo qualche giorno, andai a trovarlo. Volevo spezzare il ghiaccio.
    "Sai, sono molto deluso", proferì evitando di guardarmi.
    "Avrei dovuto consegnare il disco fisso a qualcun altro in grado di recuperare i dati", disse sedendosi.
    "Impossibile recuperare dati su quel disco. Il file system è stato convertito in FAT32 e tutto è andato perduto e sovrascritto. Mi spiace".
    "E poi, da un amico, non mi sarei mai aspettato una cifra del genere. 50€! Ma scherziamo?", proseguì come se non mi avesse sentito.

    Rimasi interdetto.
    Ma come, pensai?
    Se sei un amico, dovresti tentare di darmi di più di quella cifra e, d'altro canto, siccome io sono tuo amico, dovrei tentare di chiedertene meno!
    Perchè gli amici devono funzionare a senso unico, senza scambi alla pari?
    Forse, il tempo impiegato per un lavoro, per uno dei due "è perso" mentre per l'altro "è speso"?

    "Ma... quattro giorni, capisci? Quattro giorni di lavoro svolto nelle ore pausa, a pranzo e la sera. Capisci?", patteggiai.
    Non mi ascoltava.
    Sosteneva le sue ragioni facendo leva sul significato del valore dell'amicizia.
    "Avresti dovuto dirmelo ed io ti avrei detto di non proseguire. Piuttosto, ne avrei acquistato un altro, di computer".

    Ecco il primo errore. Fu il primo momento in cui lo vidi vacillare.
    La frase era palesemente priva di senso.
    Anzi, un'accezione sottile la conteneva: 'piuttosto che darli a te, ne avrei dato di più ad un negozio'.
    Possibile?

    Aveva ragione.
    Non avevo erogato un preventivo.
    Ecco il secondo errore, questa volta, mio. Il punto era solo quello.
    Non avevo avvertito il mio amico che avrei chiesto denaro e mi sarei dovuto prostrare di fronte alla sua magnanimità dell'offrirmi un regalo "fra amici".
    Una pacca sulla spalla, una bottiglia di vino e una risata.
    Ad essere sincero, non so quante pacche sulle spalle dovrei ricevere per compensare cinque giorni di lavoro ma proseguiamo.

    "fammi capire una cosa", chiesi confuso. "Come mai quel disco era in FAT32?"
    "E' vero, mi ero scordato di dirtelo. Lo avevo convertito durante un tentativo di recupero dati", concluse annunciando un errore. Il terzo!
    "Mi spiace, ma durante una simile conversione, non è quasi più possibile recuperare dati. Se formatti - non a basso livello - mantenendo il file system, i dati si recuperano facilmente ma una conversione simile è a senso unico. I dati vengono persi irrimediabilmente. Esistono ditte in grado di compiere simili operazioni ma...." Mi fermai e capii.
    Il problema principale era quello appena ammesso. I file non furono cancellati. Fu convertito il file system!
    Ed io lo venni sapere solo allora. Era il terzo errore.

    "In ogni caso, 50€, Andrea, chiesti e pretesi da un amico, sono troppi. Non me l'aspettavo da te. Ti avrei dato 20€ e avrei voluto regalarti qualcosa per ricambiare. Sei troppo attaccato ai soldi. Sei venale", mi insultò, concludendo con il quarto errore.
    Eh si. Perchè sai com'è, il valore di qualcosa regalato è evidentemente inferiore al corrispondente reale. Perchè "non mi regali" qualcosa che per me possiede lo stesso valore di...  30€, ad esempio?
    Pensa, amico mio, mi avresti pagato "i giusti" 20€ preannunciati e altri 30€ al posto di qualcosa di regalato, magari per te privo di valore (e probabilmente, anche per me). Mi avresti dato 20+30 = 50€, no?
    Che strana coincidenza, pensa che te ne avrei chiesto proprio 50€, amico mio.

    Ma non andò così.
    Mentre parlava e sosteneva altre tesi circa lo scarso valore del mio compito svolto, iniziai a pensare.
    Non lo ascoltavo. Lo guardavo negli occhi e non lo seguivo.
    Pensavo.
    Ero concentrato su una piccola svolta che la mia vita avrebbe conseguito di li a poco.
    Mi sorpresi in un pensiero infimo. Cosa perdo se non ti frequento più, amico mio?
    Ho bisogno di te? Posso fare a meno di te?
    Facendo un rapido riassunto, direi di si, amico mio.
    Direi che non ho molto da perdere. Amico mio.

    Terminai gloriosamente le mie elucubrazioni: "tempo fa ti realizzai un sito gratis. Ricordi? Non ti chiesi mai niente. Lo feci con il cuore".
    "Sapevo che saresti arrivato li. Questo forse è il modo per riscattare quel tempo perso", rispose.

    E fu allora che commise l'ultimo, quinto, errore.
    Mi resi conto che, per la seconda volta, nella mia vita, a suo dire, avevo perso tempo con la sua persona. Egli stesso me lo confessò.
    Balbettando, me lo disse chiaro e tondo.
    Ma ciò che più mi sbalordì fu la mia cecità di fronte ad una persona anziana dentro, incollata a preconcetti irremovibili.
    Intelligente a suo modo - come tutti noi - ma... vecchia dentro.

    Privo di parole e svuotato, mi alzai lentamente e me ne andai.

    Oggi, lo vidi al supermercato. La strana sensazione che provai fu un'indifferenza mai sperimentata.
    Ricordo situazioni simili in cui l'imbarazzo prevalse ma oggi... no. Quando lo vidi, mi sorpresi a guardarlo con aria di sufficienza.

    Eh si. Ho dato l'addio ad un amico, per denaro.
    So dove ho sbagliato. Lui lo avrà capito? Non mi interessa, sai?
    È pazzesco come non mi interessa.

    Ah, dimenticavo: quei file con estensione RAW  che trovai sul disco erano i cluster dell'ex NTFS.
    Erano gli header delle famose foto che egli stesso aveva sovrascritto, evitando accuratamente di dirmelo.
    Apparivano come centinaia e centinaia di miniature di foto, che all'epoca, avrebbero occupato 900gb e che ora nessuno avrebbe mai più recuperato.
    Apparivano come scusante per avergli chiesto troppo.

    Andrea Giudice dice no

  • Ciao da Chevin e Samanda

    Poesia da spiaggia, Sicilia

    D'un tratto, mi giunse all'orecchio il nome del bambino la cui mamma sicula strillava a centro spiaggia: CHEVIN.
    Si. Chevin.

    E poi, le strade con le buche, i paesi diroccati, i cani randagi e le case mai terminate.
    La bellezza di quest'isola con "il vulcano buono".

    Ma perché "Chevin", mi dissi.
    Forse perché la sorellina si chiamava SamanDa?

    L'universo giocava con me, conclusi.

    Mi voltai e continuai a vivere come se nulla fosse.

  • Come mandare a casa un professionista gli ultimi 10 minuti prima di uscire

    Come si lascia a casa un professionista

    Come mandare a casa un professionista gli ultimi 10 minuti prima di uscire

    Il primo colloquio si era svolto in tono amichevole; d'altronde, il piccolo capo, socio del Grande Capo, lo conoscevo da anni.
    L'idea di creare una sezione marketing in azienda, però, era di un subalterno - che chiamerò Roberto (nome inventato) - incaricato di gestire diverse situazioni aziendali.

    La proposta era semplice: "Tu stai qui e curi i tuoi clienti. Se c'è bisogno del tuo servizio, noi possiamo offrirlo e ti passiamo lavoro. Chiediamo solo che tu venga qui almeno 2 o 3 volte alla settimana. Sei a costo zero".

    Inizialmente, le cose andarono benone, a parte lo stare con un gruppo di persone con una decina di anni in meno che ti ridacchiavano dietro (lo facevo anche io da giovane, nulla da dire), però col tempo, accadde che le richieste lavorative si fecero sempre più frequenti, al punto che misi in attesa alcuni miei progetti, perdendo oltretutto diversi clienti non potendoli più assistere.

    Roberto prometteva di attivare un contratto con frasi del tipo: "dobbiamo svegliarci, dobbiamo muoverci, ho visto il capo e ha detto che...", ecc.
    Tutte fesserie, ovviamente perchè il grande capo mancoo sapeva che io fossi li.

    Nel frattempo, mi notò un'agenzia di Genova che mi chiamò per un colloquio.

    Accettai l'incarico firmando un contratto di sei mesi; in fondo, l'altra azienda, nonostante le promesse di un contratto imminente e mai stipulato, mi aveva solo chiesto di stare li ad occupare una sedia, ed io mi attenni sempre ai patti, anche se verbali.
    Grande errore!

    Le fesserie di Roberto

    In realtà, non avrei mai immaginato che Roberto mi stava sfruttando, raccontando cose incredibili per gli uffici, al piccolo capo e al Grande Capo.
    Una delle più straordinarie storielle, ad esempio, fu raccontata in un ufficio del gruppo:
    "La SEO sul vostro sito non si può fare per via dei tag H1 che poi diventano H2, H3, ecc" (?).
    (ndr: frase ascoltata personalmente da una registrazione vocale che qualcuno presente in quell'ufficio, incredulo, mi passò)

    Chissà perchè Roberto non volle mai proporre la SEO a quel sito. Non lo capimmo mai ma una cosa fu sicura: non fece una gran figura ai miei occhi, ne a quelli dei presenti in quell'ufficio.

    Non solo SEO

    Ma come ogni buon SEO sa, il lavoro non è solo posizionare e analizzare siti ma fornire decine di consulenze ogni giorno a persone che non immaginano minimamente cosa significa ottimizzare per la rete, per cui il mio incarico stava in effetti diventando a tempo pieno e contemporaneo all'agenzia di Genova che mi passava lavori a più non posso.

    Riunioni, consulenze, incarichi imprevisti come sistemare siti web pur sapendo che il sottoscritto non conosceva una riga di codice, erano richieste continue e spesso confusionarie.
    Ma si sapeva: Roberto aveva promesso a qualcuno che in azienda stava per nascere l'Idea del Secolo: un gruppo di esperti del web, di cui lui la mente e noi il braccio. Fantastico.

    Organizzazione e fallimento

    I presupposti per il fallimento c'erano, il malcontento aleggiava tra i colleghi ed io faticavo a non esprimerlo perché le evidenze erano plateali.
    Un classico, ad esempio, era chiedere qualcosa ad un mio collega per farglielo modificare secondo i suoi gusti oppure, pretendere cose ridicole da un altro, ignorando questioni neuro marketing importantissime che lui semplicemente non ne conosceva l'esistenza.

    Roberto, negazionista di natura, si opponeva a qualsiasi ideaqualsiasi nostra proposta.

    Spesso ci chiedevamo: ma se non gli va bene ciò che facciamo, perché non se lo fa da solo? Che ci stiamo a fare noi, qui?

    Se ho un'idea e mi affido ad un professionista per realizzarla, non mi devo neanche porre il dubbio se la fa bene o male. Egli agirà sempre in base alla propria esperienza, i propri studi e non ai gusti personali, proprio perché è un professionista.
    Troppo facile farsi venire in mente cose e farle realizzare da altri, magari più in gamba di te ma che si attengano rigorosamente alle tue direttive.

    Non funziona così il mondo del lavoro, per fortuna.

    La morte del lavoro? La mancanza di entusiasmo

    L'entusiasmo di lavorare ad un progetto stava per essere sostituito dalla voglia di staccare e andare a casa alle 18 e non pensarci più.
    Roberto stava portando alla tomba tutto il gruppo.

    Ho sempre considerato questa sensazione come l'inizio del fallimento cerebrale di un professionista, la tomba della creatività e amici e vicini, questo te lo posso dire con certezza perché io stesso sono un creativo, senza ombra di smentita.

    Tutorial: come lasciare a casa un professionista in una mossa

    E così, dopo 10 mesi, la sera stessa prima di andare in vacanza, Roberto mi disse che doveva parlarmi.
    Quel venerdì avevo intenzione di uscire mezz'ora prima; quando entrai nel suo ufficio, notai immediatamente uno sguardo basso e remissivo.
    Non mi guardava negli occhi e con un tono imbarazzato, mi disse: Andrea, per ora stai a casa. Non mi va di farti venire qui in questo periodo di vacanze.

    Erano le 18.15.
    Fino alle 17.30 avevo programmato la settimana successiva presso la loro azienda e Roberto mi stava annunciando che il Grande Capo gli aveva appena annunciato cvhe non aveva più bisogno di me in azienda.
    Aveva anche preparato il terreno con il piccolo capo, raccontandogli che il Grande Capo voleva chiudere con me.

    Rimasi talmente sbalordito che farfugliai qualcosa tipo: "okay, va bene".
    Mi alzai, andai a salutare tutti, feci su la mia roba e uscii dall'ufficio.

    Ricordo che il piccolo capo mi disse: "Errore nostro nel non averti fatto un contratto".
    Se non mi hai fatto un contratto, almeno tutelami, no? Pensai salutandolo con un sorriso.

    In serata, chiamai Roberto.
    "Ma da quanto tempo sapevi della cosa, per curiosità?"

    Visibilmente in difficoltà, farfugliò una serie di frottole che si rilevarono tali dopo circa tre mesi, quando vidi qualcuno di persona e mi confermò che il Grande Capo non sapeva neppure della mia presenza in azienda.

    Morale

    Scrivi sempre tutto, anche con amici o presunti tali. Tutelati con un contratto. Sempre!
    Mi attenni sempre ai patti e mi beccai dello "stronzo" quando accettai il contratto dell'agenzia di Genova. Persi anche alcuni clienti per dare la massima disponibilità a quell'azienda.

    Roberto non lo vidi più.
    Qualcuno mi confermò la sua perseveranza in quella metodologia: recarsi in uffici e raccontare cose differenti rispetto a quelle dette in altri reparti, senza immaginare, o sperando, che poi costoro poi non comunicassero le impressioni tra loro.

    Roberto, se vuoi fare il manager, smettila di improvvisarti psicologo.
    Non lo sei.

    Durante le riunioni avevi la presuzione di umiliare i partecipanti; ricordo che un giorno, uno del nostro gruppo che avevi creato riceveva messaggi da un altro capo presente in sala. Il messaggio recitava "Non arrabbiarti, ignoralo. Non farci caso, non senti com'è insicuro?" (parole testuali).

    Mi sono affidato ad un pasticcione e non lo perdonerò mai perché non ne sono capace.

    Porto rancore verso chi mi fa del male, a dispetto di chi dice di essere migliore in tal senso; se mi spiegate come si fa a perdonare, vi prego fatemi un corso. Sono disposto a pagare.
    Mi piace pensare che Roberto fosse solo talmente dispiaciuto che non ha avuto i coglioni per annunciarmi che mi avrebbe lasciato a casa.

    E proprio perché non hai avuto i coglioni che non ti perdonerò mai, Roberto.

     

     

     

  • Festa dell'unità a Novi Ligure: 1982!

    1982, Festa dell'unità a Novi Ligure: divertimento assicurato

    Un'estate come tante, forse quella del 1982.
    Festival dell'unità, Novi Ligure, Parco Aurora.
    Avevano organizzato una diretta radiofonica da Viva Radio, la nuova radio FM che trasmetteva da Via Giardengo, sopra il cinema IRIS.
    Si, l'IRIS, non il cinema Moderno, quello più avanti verso via Roma, l'unica sala AL CONTRARIO, in salita, i posti dietro più bassi di quelli davanti.
    l'IRIS. Il cinema che ti restituivano come resto i cewingum, e che chissà perchè però non accettavano come moneta di pagamento ma questo è un altro discorso.

    Quella sera, al Parco Aurora, la festa si srotolava come al solito: musica anni 80 (ma va?), zanzare e il DJ di Viva Radio che ogni tanto diceva qualcosa.
    L'impianto era semplice: un sintonizzatore ed un amplificatore audio mostruoso.
    Quale occasione per un radioamatore come me e un appassionato di elettronica come il mio amico Paolo Mezzanotte?
    Quale occasione per rompere i coglioni per bene grazie alle nostre conoscenze bassa/alta frequenza?

    Armati di un trasmettitore FM, in tasca, Paolo ed io ci avviammo verso l'impianto.
    La gente ballava e si divertiva. Qualcuno si ubriacava, probabilmente oggi, costui continuerà a farlo. Invece, altri oggi non ci saranno più e avranno quindi smesso ma io sono qui a dirti che accendemmo il trasmettitore.

    Descrivere il boato che uscì dalle casse non è possibile.
    Un innesco pauroso tra un impianto da qualche migliaio di Watts e il microfono del nostro trasmettitore posto davanti alle casse, esplose in una deflagrazione atomica.

    Poi, silenzio.
    L'impianto entrò in protezione per pochi secondi e riprese a diffondere la voce del DJ, ignaro di quanto stava accadendo li, al Parco.

    La gente in pista, attonita; ma cio che più mi rimase impresso, fu la faccia dei tecnici che per ore ed ore cercarono di trovare il guasto.
    Eh si, perchè secondo voi, ci fermammo?
    No, cari amici e vicini. Continuammo tutta la serata a rompere i timpani, i coglioni e a sfracellare il fegato ai tecnici, costringendoli alla ricerca di un guasto inesistente.

    Questa era la mia Novi, sezione elettronica, anni 80.

  • La burocrazia dell'ASL e le donazioni di sangue a Novi Ligure

    Un donatore di sangue contro la burocrazia digitale di Novi Ligure

    Pensa che non vado a donare il sangue per riuscire a stare a casa dal lavoro: se riesco, infatti, cerco di andarci il sabato mattina e non durante la settimana.
    Mi crea un'immensa soddisfazione fare qualcosa di buono. E' sempre stato un mio obiettivo ma questo è un altro discorso.

    In cambio, quindi, chiedo karma positivo e... una semplice busta cartacea con i risultati delle analisi, perchè sai, chiedere un PDF allegato ad un'email sarebbe troppo, scherzi?
    Mi va bene così: arriva una lettera e la passo allo scanner.

    Sta di fatto che dopo quasi un mese senza aver ricevuto alcun risultato (ed è la terza o quarta volta che accade), questa mattina decido di fare un salto al centro trasfusionale di Novi Ligure per chiedere una stampa (già, perchè sai, chiedere un PDF allegato ad un'email sarebbe troppo, scherzi?).
    Insomma, salta fuori che il mio indirizzo di residenza in loro possesso non è aggiornato.

    Chiedo di modificare i dati e in risposta, vengo a sapere che non possono compiere l'operazione in quanto accedono al database dell'ASL solo in lettura.
    Ma come, rispondo: e i dati di un nuovo donatore come fate ad inserirli?
    Dopo un'espressione vacua e confusa seguita da un "boh?" reciproco, mi viene un'idea: "reinseritemi come nuovo donatore", propongo.

    "Ma perderà tutto il suo storico", mi informano perplessi; "e chi se ne frega", replico sorridendo.
    L'infermiera prova ma alzando lo sguardo dal monitor del computer, mi dice: "non è possibile farlo perchè il suo nominativo esiste già".

    Soluzione: devo recarmi di persona (già, perchè sai, comunicare la variazione via email sarebbe troppo, scherzi?) da qualche impiegato in giro per gli uffici dell'ASL di Novi Ligure.

    Mi ricorda la barzelletta delle password.

  • Lavezzari a Novi Ligure: lo scherzo più bello della storia

    Cane e gatto

    1990: Lavezzari a Novi Ligure: lo scherzo più bello della storia

    Era da troppo tempo che sognavamo di fare uno scherzo simile a qualcuno e il massimo del divertimento sarebbe stato farlo a Luigi.
    Eh si, perchè far fumare una canna ad uno di noi - a sua insaputa si intende - non sarebbe stato altrettanto divertente.

    Chi era Luigi?

    Luigi era Luigi, capisci?
    Luigi, era un giocatore di bocce.
    Luigi, cantava canzoni di liscio tutto il giorno e beveva vino.
    Quello buono, ovviamente.

    La compagnia del Luigi, era composta da settantenni che giocavano a ramino il sabato sera in osteria.
    Luigi, parlava solo in dialetto ed era un contadino cattolico: andava rigorosamente a messa la domenica e recitava le preghiere prima di coricarsi, sai com'è, coi tempi che corrono...
    Luigi arrivava da un paesino dove il massimo evento della settimana erano le campane della chiesa la domenica mattina.

    Luigi, aveva una trentina d'anni.
    Solo all'anagrafe.

    Lo scherzo

    Una canna dichiarata come normale sigaretta, secondo te, a chi avremmo dovuto farla fumare? Non certo ad uno di noi.
    Non ci saremmo divertiti allo stesso modo; inoltre, ci trovavamo di fronte ad un esperimento scientifico coi fiocchi.
    Avremmo dimostrato che il THC non produce effetti collaterali negativi ma induce calma nelle persone ansiose e puoi giurarci se ti dico che ü Luigi aveva bisogno di un po' di quiete.
    Avremmo anche dimostrato alcune capacità sibilanti del soggetto - a pressioni acustiche inaudite tra l'altro - anche se questo ancora non lo sapevamo.

    A rendere le cose facili era il fatto che Luigi era un fumatore: ogni giorno, gli partiva almeno un pacchetto e mezzo di Muratti doppio filtro, ma solo sul lavoro, sai, a casa non fumo mica, io!
    Peccato che sul lavoro ci vai tutti i giorni, scemelano - per dirla a modo suo - non ci va un altro al posto tuo ma questo è un altro discorso.

    Un'incredibile occasione

    Quella notte, in mensa, Jhonny, cosi lo chiamavamo, si stava rollando una sigaretta.
    Ogni tanto, ci metteva un'aggiuntina che condivideva con i presenti ma non quella notte.

    Era estate, l'ora era tarda.
    Era il periodo più sereno della mia vita. Ragazzi, avevo 25 anni o forse meno.

    Adoravo il turno di notte perchè potevo portarmi materiale su cui studiare: libri di informatica, elettronica, saldatore a stagno, qualche scheda da riparare o assemblare.
    Sul lavoro, di notte non dormivo mai; o condividevo col mio amico "Jhonny" qualche aggiunta alle sue sigarette truccate, o studiavo, ammesso che gli impianti dello stabilimento non avessero rogne.

    Insomma, quella notte, intorno alle 2 e mezza, Jhonny si stava rollando una sigaretta in locale mensa.
    Si chiacchierava tranquillamente quando di colpo la porta si spalancò ed apparve la figura maestosa di Luigi. Era l'ora del cicchetto.

    Si diresse verso la sua borsa: "Non ho mica tempo da perdere come voi giovani, ho l'MB da controllare" (ndr: un tipo di lavorazione)

    Guardò Jhonny: "te bon a preparomne öina anche a mi?" (sei capace a farmene una?)
    Jhonny, concentrato, annuì sorridendo ma si interruppe di colpo e lentamente alzò lo sguardo verso di me. Ci fissammo seri.

    Non potevamo crederci.
    Stava per concretizzarsi lo scherzo da sempre pianificato e mai realizzato per impossibilità organizzativa: "come gliela facciamo fumare una canna? Mica possiamo fargli uno svuotino, se ne accorgerebbe, inoltre, con il doppio filtro delle sue Muratti rischieremmo di buttare tutto".

    Mesi e mesi di progetti su come fare fumare una canna a Luigi, si materializzarono come un lingotto d'oro su un piatto d'argento: Luigi, ci stava chiedendo una sigaretta, come se non bastasse fatta a mano!

    In quello sguardo, capii tutto e non dissi nulla mentre Luigi, continuò: "fome ina sigareta e lasimla in su tavurein all'uscita". (fammi una sigaretta e lasciamela sul tavolo in sezione uscita)
    Così si chiamava il reparto dello stabilimento dove Luigi lavorava con le brache della tuta arrotolate alla zuava, le gambe bianche e pelose come un ragno da muro, canzoni campagnole a squarciagola, quelle di voi giovani non le sopporto, e il vino. Quello buono.
    Si, quel contadino di 30 anni, all'anagrafe, avrebbe trasgredito una regola spaventosa: avrebbe assunto DROGA.

    Chiuse la porta e ci lasciò soli.
    Ci riprendemmo in fretta dalla sorpresa e passammo immediatamente all'opera.
    Jhonny, produsse quella che oggi definirei "una signora canna", potente e costosa ma credimi se ti dico che ne valse la pena.
    Quel rompicoglioni di Luigi si sarebbe sballato come quei giovani che 'i fan moi gnainte in tuto u giurnu" (non fanno mai niente tutto il giorno).

    Arrivò il momento

    Gliela appoggiammo sul tavolo.
    Erano quasi le tre di notte quando luigi cantava qualcosa su una colomba che volava, vola, diglielo tu che tornerò.

    Si voltò, impugnò quel biglietto per le stelle e rimise in tasca il pacchetto di Muratti dal quale stava per attingere, probabilmente, la trentacinquesima sigaretta della giornata, guarda che io fumo solo sul lavoro, a casa non ne tocco se non dopo il caffè o un bicchiere di vino. (Quello buono).

    "Ah! Si è ricordato di farmela, eh?!", urlò sogghignando, come ogni buon campagnolo sa fare, la schiena incurvata.
    L'accese e quando inalò la prima boccata, tossì: "porca bagassa s l'è förte!" (porca miseria, se è forte!).
    "Luigi", gli dissi trattenendo a stento una risata, "quelle che fumi tu normalmente hanno un doppio filtro, questo è un tromboncino a scarico diretto!" ed immediatamente, mi arrivò quel dolce profumo pungente simile al rosmarino.
    Non posso crederci, pensai; non posso crederci.

    I miei colleghi fuggirono per evitare di ridere in faccia alla vittima ma io tenni duro.
    Avvolto da una nube densa e aromatica, Luigi aspirava a pieni polmoni ciò che sarebbe passato alla storia come lo scherzo più divertente di quello stabilimento. E della mia vita (ma non è ancora detto).

    Tossiva e non smetteva di fumare e mentre teneva quella sigaretta con poco tabacco tra le dita, procedeva nel suo lavoro cantando odi campagnole che parlavano di feste popolari, amori proibiti e quella cazzo di colomba che volava e volava, diglielo tu, ma le note iniziarono sfumare verso pentagrammi e metronomi sempre più trascinati.

    "Basta, an ghe la fasu pü!" (basta, non ce la faccio più), mi disse. "La vuoi finire?", porgendomela.
    Accettai volentieri e sempre attento ai risultati di quell'esperimento chimico/social/scientifico, mi sedetti assieme a Jhonny in silenzio ad osservare l'inizio di un fenomeno che ancor oggi ricordo con stupore.

    Accadde un fatto curioso, degno di essere menzionato sui libri di tossicologia.
    Non so se avete mai visto il film "Stati di allucinazione": il personaggio principale assume stupefacenti per raggiungere stati fisici alterati. Non mentali, fisici!
    Se in quel film l'attore si trasforma in una scimmia e in altri strani esseri, Luigi iniziò a fischiare fortissimo verso il cielo.

    Oramai erano le 3 e mezza, faceva sempre caldo in quella notte estiva del 1990 o giù di li.

    Con i portoni aperti, tra il rumore assordante dell'impianto e le zanzare, Luigi fischiava come una pentola a pressione, gli occhi rossi e la bocca asciutta.
    I brani di liscio, il vino, l'agitazione, il chiamarci solo per cognome e i pantaloni alla zuava, avevano lasciato posto a fischi assordanti diretti verso la notte stellata.

    Iniziammo a ridere increduli; ragazzi, si stava realizzando il sogno di chiunque avesse voluto vendicarsi delle angherie subite da Luigi.
    Perchè diciamocelo: Luigi era un pezzo di pane imbevuto nel vino (quello buono, si intende) ma era un gran rompicoglioni, di quelli che ti vogliono mettere all'ordine e sugli attenti di continuo, perchè ogni reazione o rapporto con Luigi era sempre caratterizzata da urla e caziatoni (di poco valore).

    Fischiava!

    Poi, smise e barcollando, pronunciò quella frase che mai più scorderò per il resto della mia vita: "vabeh...a sè vdemu". (Va bene, ci vediamo).
    Impugnò la ringhiera della scala, sguardo basso, borbottando come il sacerdote dello sballo, più vecchio del mondo e si avviò per lo stabilimento, probabilmente a coricarsi da qualche parte.
    Un pisolino, in fondo, se lo meritava dopo una notte simile.

    Il giorno dopo

    Il giorno dopo lo incontrai negli spogliatoi.

    "Ciao Luigi, com'è?"
    "Bene! Andiamo a lavorare, forza!" Rispose urlando da buon agricolo.
    "Luigi, ieri sera ti è venuto sonno?"
    "Mi fissò con uno strano sguardo, i capillari rotti nel naso, provocati non certo dagli urti di boccali di vino vuoti.

    "Non ti sei accorto di nulla, ieri sera?"
    "Non lo so, dimmelo tu!", disse passando immediatamente alla difensiva.
    "Ascolta bene", gli dissi. "Tra tre anni, a partire da adesso, ti descriverò lo scherzo che ti abbiamo fatto ieri sera".

    C'era uno strano silenzio negli spogliatoi.
    L'atmosfera non era tesa ma canzonata, perchè tutti sapevano tutto.
    Segnai una data su un'agenda elettronica (all'epoca c'erano i primi databank!) e tre anni più avanti da quel giorno mi sarebbe arrivato un avviso.
    E dopo tre anni mantenni la parola.

    "Luigi, ricordi quella notte?"
    "Certo! Come potrei dimenticarmela!".
    Glielo dissi con una sfrontatezza da non lasciare spazio ad alcun rigiro.
    "Quella notte ti feci fumare uno spinello!"
    Gli diedi le spalle e me ne andai sorridendo.

    Rimase fermo ed incredulo per una decina di secondi.
    Da lontano, sentii urla e movimento: "SIETE MATTI?! Scemelani che non siete altro! Vieni qui, tranvai! Mi ero accorto che cera qualcosa di strano, cosa credi! E se non potevo più farne a meno? E se prendevo l'aids?"

    Era il 1990, ragazzi

    1990. Il periodo più sereno della mia vita.
    Questi ricordi oggi li posso raccontare e condividere su un blog.
    La mia Internet, a quell'epoca, la facevo via radio tramite packet a 432mhz.


    Questa storia è vera. Solo un nome è di fantasia.

  • Perché abbiamo bisogno di eroi?

    Perchè abbiamo bisogno di Eroi

    Quell'estate in Grecia faceva caldo, un caldo tremendo.
    Credo che il 1978 fosse l'anno in cui i media scoprirono il successo degli allarmi climatici, anche in Grecia.

    La spiaggetta era un piccolo paradiso anche per un bambino di 10/12 anni che dopo un bagno in mare si era coricato sulla sabbia rovente, intontito dalla temperatura torrida.
    Lentamente, gli schiamazzi dei ragazzini iniziavano a fondersi tra il rumore ritmico e lento delle onde sulla battigia. Stavo appisolandomi.

    Un crepitio e alcune urla mi destarono da quello stato di torpore.
    Intontito, mi sedetti sull'asciugamano per individuare la fonte di quel rumore che pareva una lenta lacerazione.
    Le urla aumentarono ed anche se in tedesco, francese e chissà quali altre lingue, intesi immediatamente che stava per accadere qualcosa di grave ed imminente.
    Poi vidi.

    Un auto a motore spento, priva di controllo, stava spingendo una rete di contenimento del campeggio sovrastante la spiaggia.
    Il salto che avrebbe compiuto era notevole, almeno una decina di metri ma anche a quella distanza vidi ciò che mi rimase impresso per sempre nella memoria: un bambino che piangeva all'interno dell'abitacolo. Entro pochi secondi la rete si sarebbe strappata e l'auto sarebbe caduta in spiaggia, passeggero incluso.

    Poi accadde: la rete cedette e l'auto precipitò a muso in giù.
    Era una Citroen Squalo grigio chiaro, al suo interno le urla del bambino che, evidentemente giocando, aveva sganciato il freno a mano lasciando che la forza di gravità compisse il suo corso.

    Con un fracasso di lamiera, vetri e urla, la Citroen si schiantò sulla sabbia e rimase per un momento eterno in bilico in una posizione grottesca, verticale.

    Tra tutta la folla che urlava ero il più vicino ad un altro bimbo che da li a pochi secondi sarebbe rimasto schiacciato sotto il peso dell'autovettura che lentamente si stava rovescando.

    Le mie gambe immobili, gli occhi sgranati.
    Ricordo il fiato corto, la paura di non poter fare nulla. La paura che non avrei mai potuto salvare quel bambino in mezzo ai suoi giochi.
    Ricordo il pianto all'interno dell'auto e le urla di colui che sarebbe rimasto ucciso dal veicolo, rovesciandosi.
    Ricordo tutto, anche un'ombra che, come il vento, mi volò accanto agguantando con forza il neonato per un braccino, strappandolo via dal suo certo destino mentre la vettura terminò il suo tragitto rovinando sul tetto, ruote all'insu.

    Urla.
    Gente che piangeva, che correva da tutte le parti. Ed il caldo indifferente.
    Qualcuno che apriva la portiera della Citroen ed estraeva dall'abitacolo un bambino in lacrime.

    Ed io che rimasi fermo e guardare.
    Non feci nulla. Ebbi paura di reagire e non feci nulla.

    Poi, una ragazzina tedesca della mia età, mia vicina di tenda, si avvicinò piangendo: "There was a child!" e corse via.

    Rimasi li.
    Non piansi e non dissi nulla. Rimasi semplicemente li ad osservare.

    Chi sono i miei supereroi?

    L'eroe che cerco nei fumetti e nelle fantasie di registi in grado di dare credibilità alle storie che ho sempre letto sui numeri di Thor o Spiderman, sono io.
    So benissimo che se avessi salvato quel bambino, non mi sarei sentito prode ma di sicuro, non codardo.
    Oggi so di non essermi comportato da vigliacco; quel giorno c'era un bambino incapace di calcolare dinamiche e tempistiche di eventi più grandi di lui.
    Ma un conto è la razionalità, un conto è il vissuto.

    Quell'estate, in Grecia, faceva caldo. Un caldo tremendo che ricorderò per tutta la vita.

    Ecco perchè abbiamo bisogno di eroi

  • Pronto, c'è Giovanni? Chiesi al telefono, in divisa

    Pronto, c'è Giovanni? Chiese una voce al telefono

    Quando venni a sapere che mi sarei dovuto alzare alle quattro del mattino per un piantonamento da sei ore e mezza, per poco non svenni.
    Se il servizio più terribile era il tre-sei, sicuramente il più noioso, a livelli disumani, era il servizio di piantone ospedaliero.
    Una tortura immane. Inaudita.

    Non potevamo credere di chiuderci dentro una stanza per così tanto tempo ma oramai sapevamo che poteva accadere perchè era già successo altre volte; al sei-tre ero (quasi) riuscito ad abituarmi.
    Al piantonamento NO. Mai e poi mai.

    Avevo però qualche attenuante su cui contare.
    Prima di tutto, avrei goduto della compagnia di Claudio: in due, il suicidio per noia non sarebbe stato così facile.
    Secondo di tutto, la mia mente perfida avrebbe escogitato una tattica per consumare con meno sofferenza quell'interminabile lasso di tempo.
    Terzo di tutto, eravamo al chiuso, al caldo e, di nascosto, avrei portato qualche rivista da sfogliare. Vietatissimo ma fattibile.

    Ma si, tutto sommato non sarebbe andata malaccio. Con Claudio, poi, sarei riuscito a chiacchierare anche 12 ore di fila.
    In ogni caso, il mio destino era segnato: rimaneva la questione della mostruosa ora di sveglia. Le quattro del mattino erano un orario brutale e crudele. Mai avrei sospettato che negli anni a venire, avrei fatto dieci anni di turni in uno stabilimento, senza riuscire mai ad abituarmi alla sveglia delle 5.

    Ci recammo all'ospedale di Alessandria.
    Lungo il corridoio che portava verso la camera del malato da piantonare, notai un telefono. Una linea interna dell'ospedale, riflettei.
    In preda ad un flash incontrollabile, mi fermai, lessi e memorizzai il numero. Quattro cifre si potevano ricordare facilmente.
    Mi voltai e fissai serio Claudio: "qualsiasi cosa accadrà oggi, non fermarmi e vedrai che il tempo passerà più facilmente. Prometti?".
    Claudio mi conosceva e con sguardo perplesso, non rispose. Aggrottando la fronte proseguì scrollando lentamente la testa.

    Entrammo nella sala delle torture e salutammo i colleghi che lasciavano - con piacere - la stanza.
    Ci chiudemmo a chiave.

    Un tavolo con un monitor e due telefoni occupava il centro sala.
    Un telefono per le chiamate interne all'ospedale, in caso il detenuto si sentisse male, l'altro per le chiamate esterne.
    Non persi tempo: alzai una cornetta e composi il numero annotato pochi minuti prima.
    Sul monitor vidi un infermiere dirigersi lentamente verso quel telefono.
    La telecamera lo riprendeva perfettamente. Ottimo, sogghignai.

    "Si?", rispose l'infermiere.
    "Mi scusi, sto cercando Giovanni. Può vedere se è in reparto?"

    Claudio era attonito. Seduto sul divano, mi guardava con gli occhi sgranati, la bocca aperta.
    Solo qualche mese prima se un Carabiniere mi avesse guardato in quel modo mi sarei preoccupato.
    Ora, ero io il Carabiniere e un mio parigrado mi stava fissando proprio in quel modo.

    L'infermiere ebbe un momento di esitazione, poi farfugliò qualcosa di incomprensibile e posò il ricevitore senza agganciare.
    Dal monitor lo vidi allontanarsi ed entrare in una stanza adiacente e poco dopo, tornò: "Qui non c'è nessun Giovanni".

    "Grazie, mi scusi tanto", riagganciai.
    Claudio aveva le mani tra i capelli e fissava le scarpe: "Cosa hai intenzione di fare?", chiese con un filo di voce.

    "Taci e osserva".
    Passò un minuto e ripetei la chiamata: "Giovanni?"
    "No", rispose l'infermiere.
    "Abbia pazienza, può controllare se è arrivato?"
    "Un momento..".

    Rigorosamente in bianco e nero sul tubo catodico di quel monitor, apparve la stessa scena.
    Gli schermi LCD piatti e sottili sarebbero arrivati almeno vent'anni più tardi.

    L'infermiere tornò: "Niente, non c'è. Mi scusi, ho un po' da fare..."
    "Grazie" lo interruppi bruscamente: "E' molto importante ed urgente", chiusi la comunicazione.

    La cosa si ripetè per sei ore. Sei ore di telefonate, alla ricerca di Giovanni.
    Un incubo agghiacciante.

    Solo a vent'anni, se si è in preda a follia, si trova il coraggio per certe azioni. Ma a volte, alcune cose si fanno anche in piena lucidità mentale.
    Si fanno magari perchè, poi, le puoi raccontare ad un gruppo di amici ritrovati venticinque anni dopo su un social network di colore blu o sul tuo blog.
    Quella mattina, vidi l'infermiere rispondere al telefono almeno una ventina di volte e per altrettante occasioni, lo vidi allontanarsi per cercare Giovanni.

    Ammetto con piena modestia di essere stato un genio: ad ogni chiamata trovavo scuse perfettamente plausibili per riuscire a smuovere quell'inserviente per mandarlo a cercare quell'inesistente persona.

    Claudio, intanto, era in preda a spasmi di rabbia e risate: "SMETTILA!!", urlava. "Hai una divisa, non ti vedi?"
    "Mi hai promesso che non saresti intervenuto!", gli ricordai serio e, incredibilmente, in quel lasso di tempo interminabile, riuscii a tenere a bada sia Claudio che l'infermiere.

    Tutto si svolse secondo un mio scellerato piano: sopravvivere alle sei ore e giungere alla conclusione di quella orrenda tortura cui stavo sottoponendo l'impiegato dell'ospedale.
    E il mio collega.

    E la conclusione di Tutto arrivò.

    Mancavano trenta minuti alla fine del turno.
    Impugnai l'ultima volta la cornetta e composi ancora quel numero ruotando il disco combinatore.
    Vidi una figura in bianco e nero avvicinarsi stancamente a quel telefono, laggiù, lungo quel corridoio: "Si?"
    Con voce alterata chiesi: "Sono Giovanni. Mi ha cercato qualcuno?"

    Per un attimo seguì il silenzio.
    Poi si scatenò l'inferno.

    Le urla dell'infermiere tuonarono attraversando il corridoio e con un riverbero confuso, attraversarono la porta blindata.
    "IO SONO L'INFERMIERE DI TURNO!!! FACCIO IL MIO LAVORO DA VENT'ANNI!!! CHI E' QUELLO STRONZO CHE ROMPE I COGLIONI????"
    E via su questo tono.

    Claudio era incredulo.
    Conosceva quella barzelletta ma mai avrebbe sospettato che l'avrei portata sul palcoscenico del turno di piantone.
    Mai avrebbe creduto avessi fatto sul serio.

    Ridemmo così tanto che non ci accorgemmo dei colleghi venuti a darci il cambio.
    Con fatica, ci ricomponemmo e uscimmo dalla stanza con sguardo truce, tipico da carabinieri anni 80, figli di film e telefilm con Bombolo e Thomas Milian.

    Passammo accanto all'infermiere che alzò lo sguardo di scatto e ci guardò serio.
    Per un momento, solo per un momento, lessi qualcosa nei suoi occhi, forse un interrogativo: "Possibile che...?"
    "No" - avrà pensato - "Sono Carabinieri".

    Poi distolse velocemente l'attenzione come per scrollarsi di dosso quello strano pensiero accusatorio e proseguì la sua vita, sicuramente, con uno spirito diverso da quello di inizio turno.

    Dove sei, oggi, caro infermiere?
    Ero io, Giovanni.

    Telefono analogico

  • Quale strada scelse il mio amico davanti al proprio bivio

    Le scele di fronte ad un bivio

     

    La strada che scelse quel mio amico in quel bivio

    - Ognuno ha i bivi che si merita - dissi dopo aver ascoltato la sua storiella.

    Ma lui proseguì.

    - Mi sono ritrovato, nel mezzo del cammin di mia vita, a fare una scelta tra due strade; due formule altamente esoteriche mi si presentavano sul Cammino: ma andatevene a fare in culo e continua, non lo stai facendo per loro.

    Me lo disse con quel suo tipico sarcasmo che mi ha sempre fatto sbellicare dalle risate.
    Aveva la capacità di esprimere concetti importanti, sparandone una dietro l'altra e mischiando tutto talmente bene che solo alla fine del discorso ne capivi il senso.

    - Nel caso non lo sapessi, se credi di operare per un alto fine, eticamente parlando, devi anche essere in grado di porti una domanda e obbligatoriamente, darti anche la risposta: quali sono i veri motivi per cui presti la tua esperienza, ad esempio, in un ambiente di volontariato?
    Ognuno ha uno scopo da perseguire, sia sul lavoro, sia nelle proprie passioni.
    Sei sicuro che il tuo scopo sia veramente quello che dichiari di perseguire, e non ci sia null'altro, sotto sotto?

    Rimase un po' in silenzio, poi, alzò lo sguardo e parlò tutto di un fiato.

    - Grazie alla realizzazione di un sito web, gestito ed aggiornato costantemente a mie spese economiche e di tempo, raggiunsi lo scopo oltre le aspettative: i dati parlano chiaro. Metrica e fattore conversione sbalorditivi.

    - Di fatto, conosco perfettamente i miei veri scopi, quelli che mi hanno portato a studiare la SEO, il web e tutto quello gira attorno ad Internet.
    Vedi, ho sempre voluto dimostrare a mio papà che ero in grado di fare cose straordinarie.
    Egli ammirava gli uomini di scienza e "gli illustri professori" ed io volevo sorprenderlo diventando uno di essi, ma saltando tutti i passaggi, cioè, evitando di studiare.
    Chiamala pure ricerca di approvazione, non lo so, ma il fatto è che volevo compiere cose straordinarie.
    Hai presente il sogno di tutti, Hendrix era autoditatta, Einstein era una schiappa di matematica, ecc?
    Ecco: tutti, abbiamo sognato di essere geni senza carta su cui sgobbare. A dirla tutta, non ne ho mai conosciuto uno, di questo geni.

    - Pensa che non è mai esistito un momento in cui abbia deciso di smettere di perseguire quell'obiettivo. Lo nascondevo dietro la passione per la tecnologia, la musica, il disegno, ecc.
    Crescendo, ho solo complicato i metodi, tutto qui, ma il fine è sempre stato quello: sorprendere mio padre.

    - E a fronte di ciò, durante alcuni momenti, mi sono sentito preso per i fondelli da persone autoproclamate "volontari per alti scopi morali" e dopo averle attentamente googolate, scoprii cose interessanti.
    Costoro, portatori di mal pensieri altrui, perché non in grado di formulare autonomamente alcuni concetti, sai, adora mettere zizzania, va sparlare di noi in giro, ecc ecc, avevano elaborato una teoria cospirazionista per cui io, da esperto del web, improvvisamente, troppo disponibile e comparso in un loro momento di crisi, sarei stato una spia mandata da chissà chi, per... minare i loro operati.
    Fantastico: se non vuoi fare un favore a qualcuno, sei uno stronzo ma quando lo fai di tua iniziativa, sei sospettato di inganno.
    A volte, sai, la cattiveria è la proiezione dei propri timori. La verità è che io fin dall'inizio, conoscevo il mio VERO scopo.
    E poi, persone che credendo fossi tonno al punto giusto, spacciavano le proprie urgenze come d'importanza tale da scavalcare chiunque.

    - Pensa: ho dovuto cercare di spiegare un normale livello tecnico del web a persone ignoranti, che una data mossa su Internet era corretta e dover "combattere" contro i loro superficiali punti di vista, dettati da mosse fuori moda e fuori target ("guarda che bei adesivi ho fatto fare", mi sentivo dire. Ma chi usa gli adesivi oggi, mi chiedevo in silenzio, sorridendo, mentre ascoltavo i loro deliri, anzi, quale target colpisci con gli adesivi, oggi?), mi faceva sempre più sentire "fuori luogo" e rimuginavo ancor di più sui miei veri scopi e motivi per cui non li mandavo a fare in culo, una volta per tutte.
    Ma avrei risolto? In tal caso, quale obiettivo avrei portato a termine?
    La tranquillità, forse, il che non è poco, detta tra noi.

    Sospirò, sbuffando come annoiato.

    - Insomma, immagina di avere a che fare con un'azienda che richiede i tuoi servizi.
    Solo una persona di costoro, non capisce un cazzo di rete; tu che fai?
    Ovviamente, la ignori, che discorsi. La ignori e vai avanti, che si arrangi, qual'è il problema?
    Ora immagina, per sfiga, che questa persona sia la direttrice generale di quell'azienda.
    Si: la direttrice dell'azienda per cui lavori, non ha idea di cosa sia la rete e vorrebbe fare a modo suo, dandoti addirittura consigli straordinari e senza senso.
    Conosce vagamente Feisbuc, mette le pasuord sul compiuter (tutte rigorosamente uguali) e vuole fare pubblicità alla propria azienda, perché chi la dirigeva prima, ti aveva arruolato, ed evidentemente, ne capiva di più, nonostante altri grossi problemi che lo costrinsero a cedere il posto.
    Ebbene, in tal caso, che faresti?

    - Hai solo un modo: dopo aver cercato di spiegarle come funziona la faccenda e non esserci riuscito, chiudi il contratto e abbandoni. Ti licenzi perché tu lavori solo in un modo: quello corretto.
    Non avresti scelta e prima o poi, costei capirà l'errore e pagherà un altro webmaster. A sue spese, ovviamente, oppure, rimarrà una disadattata perché userà adesivi e volantini.

    Ero sbalordito e attentissimo.
    Fece una pausa e guardò il bicchiere che aveva davanti.

    - Ora, poniamo la situazione in una realtà di volontariato.
    La direttrice, non ci capisce un cazzo di Internet e ti ritrovi costretto a proseguire, perché tu hai scelto di farlo gratis e perché, grazie a te, l'obiettivo primario è stato raggiunto e superato abbondantemente.
    Insomma, che faresti, sapendo che in realtà, tu non lo stai facendo per loro ma per te stesso e per la causa?
    La soluzione c'è: cercare di capire quali scopi persegue la tua "avversaria".
    I tuoi, li conosci già. I suoi, quali sono?
    Starò sbagliando io o lei?

    Si alzò dalla sedia e si diresse verso la finestra.
    Da lontano, giunse la risata di un bambino.

    - Ecco cosa si trova nel mondo dei volontari.
    Tutti attivi e disponibili per migliorare il mondo con propositi eticamente impeccabili, portatori dello scettro dell'imparzialità e tutti seduti sul trono del proprio giusto impero, ma a guardar bene, ti accorgi troppo tardi che quel trono altro non è che una tazza di un cesso e quel che ci cagano dentro sono i loro problemi irrisolti. Ma che ci faccio io, qui, continuavo a ripetermi.
    Tutti che si accoltellano l'un l'altro alle spalle; non immagini quante volte mi hanno usato come sfogo per le proprie ire.

    - E poi, un lampo di genio.
    Tutto di un tratto, durante una seduta di Jogging, compresi il suo vero scopo.
    Quella direttrice, ossessionata dal controllo totale sul prossimo, non riusciva nell'intento con la mia persona perchè "operavo" in un mondo troppo lontano dal suo modo di essere.
    Io rappresentavo ciò che lei stessa aveva abbandonato per incomprensione totale: Internet!
    Oltre Facebook, non andava e avere a che fare con uno che ti apriva come ridere una casella di posta, era troppo: rappresentavo una cosa troppo grande, per lei.
    Sai come si dice, no? Cerca di assomigliarmi, così ti capisco meglio!
    Il fatto che non capiva una mazza di Internet, creava la condizione per cui la stessa rete, dal suo punto di vista, non aveva valore.
    A lei, non fregava nulla se tutta l'azienda non appariva in rete.
    Quello che le importava, era pavoneggiarsi ed imporsi, come se l'aver raggiunto quella posizione amministrativa, fosse un raro privilegio e un modo per farsi stendere tappeti rossi davanti al suo passo.
    Cercava inchini al suo cospetto, credendo di infondere timore reverenziale, quando invece, gettava solvente sulla colla che teneva assieme "il suo" gruppo.
    Per farti un'idea dell'essere con cui avevo a che fare, pensa che adora esprimersi con il plurale maiestatis: "Noi ti perdoniamo..", "Noi faremo tesoro di...".

    - Con me era nella difficoltà più totale perchè non poteva controllarmi ed io non potevo assecondarla! Capisci? Non comprendeva il mio ruolo e non "capendomi", tentava di allontanarmi. Fantastico.
    Ella, era affetta da "Mania di controllo ossessivo".
    Hai presente quelle persone sempre attente e vigili perché temono che una piccola distrazione possa essere fatale?
    Si dice che costoro siano figli di genitori che pretendevano la perfezione assoluta e in età adulta, scatti il desiderio incontenibile di controllare tutto nei minimi dettagli per vedere che le cose stiano andando esattamente come previsto.

    - Vabbeh.. a me non fregava un cazzo. Vuoi che rimanga? Cambia comportamento. Fine del discorso.
    Per ben tre volte, tentò di allontanarmi e ben tre volte, il suo staff mi pregò di rimanere e ignorarla.
    Pareva vivessi in un sogno noioso, cui conoscevo il finale. Era il gruppo del "Si, lo avevo detto ma non lo pensavo veramente", oppure "non far caso a quello che dice, non lo pensa davvero".
    Mi telefonavano e mi pregavano di rimanere, ti rendi conto? Poi, non ci crederai ma d'un tratto, iniziai a vederla come una persona "piccola" e sofferente.

    Si voltò di scatto e mi fissò.
    Non si vedevano bene gli occhi per via del controluce ma il suo sguardo era quello di un uomo stanco.

    - La sai una cosa curiosa? Alla fine, tutti hanno ragione. Nessuno sbaglia. La colpa è sempre degli altri.
    Nel mondo del lavoro si è costretti ad arrivare a compromessi.
    Ma nel volontariato, le cose sono ben diverse: hai a che fare con i tuoi veri scopi, devi perseguire una causa ed arrivare ad operare una scelta definitiva, può farti crescere troppo in fretta.

    - E sai come andò a finire?
    Le decisioni che prendevo erano basate su concetti astrusi e lontani e lei, non comprendendo un cazzo di ciò che facevo, si trovava in una posizione scomoda.
    Non aveva il controllo totale della situazione, capisci perchè mi insultava e mi accusava su cose di scarsa rilevanza?

    Mi trovai di fronte a persone che prima erano dalla mia parte e poi, cambiarono idea perchè non seppero mai del precedente focolaio di mal contento, creato da messaggi di continui insulti e accuse.
    Pareva che tutto di un tratto, fossi diventato incredibilmente scorretto nei loro confronti: fa sempre casini, non è affidabile, basta, mi ha rotto.
    Mi cacciarono con una email, senza prendersi il disturbo di parlarmi in faccia, sai, meglio nulla di ufficiale, in fondo, io "non ero ufficiale", con loro, no?
    Mi cacciarono, ed in un impeto di coraggio senza precedenti - sei pronto? - mi chiesero se gli avessi donato l'intero sito.

    Posai il bicchiere e sgranai gli occhi. Probabilmente assunsi un sorriso idiota perchè mi guardò divertito.
    Si avvicinò lentamente con fare divertito e minaccioso, poi continuò.

    - E qui venne il bello.
    Decisi di trasferire tutto l'account su un nuovo piano host da loro gestito e gli lasciai il sito, compresso e pronto per essere riattivato.
    Era tutto pronto, bastava configurare un nuovo database, decomprimere un file presente in una sottodirectory e lanciare uno script di installazione.
    Chiamarono qualcuno in grado di smanettare; eh si, perchè, sai, tutti sono in grado di smanettare, oggi.
    Costui, cancellò senza accorgersene tutto il contenuto dello spazio web, sotto directory compresa (tentando di salvarla, senza riuscirci, evidentemente) e ricreò uno script penoso in html statico che nessuno vorrebbe mai visitare giornalmente o mensilmente, come fosse un foglio di World, pieno di errori, foto mancanti e scritte a caso, senza una minima considerazione degli standard grafici.
    Gli effetti della tricromia erano ancora lontani anni luce dal suo modo di lavorare. Mi sembrava di vedere il sottoscritto quando misi per la prima volta mano su un editor html: Front Page, il generatore di orripilanti siti-arlecchino.
    Quell'obbrobrio rimase online un'ora, credo, poi, non soddisfatto dell'atrocità, il sedicente webmaster lo eliminò e per qualche giorno, il server rimase vuoto, fino a quando venne ripristinato tutto il vecchio contenuto, eccetto il backup del sito.
    Fantastico, si lamentarono anche che gli lasciai una pagina bianca al posto del vecchio sito mentre non seppero mai che avrebbero dovuto chiamare qualcuno mediamente capace, in grado di ripristinare tutto con due o tre click.

    Con un rumore sordo che mi chiuse il sorriso da ebete ancora stampato in faccia, posò il bicchiere sul tavolo.

    - Venni a sapere che decisero di pagare un webmaster serio (?) per rifare un sito almeno presentabile e lo staff non pensò li per li che gli avrei fatto tutto gratis se solo avessero ufficializzato la mia posizione con un semplice accordo, più volte richiesto e sempre rigorosamente dimenticato.
    Parevano il gruppo del "quando l'hai detto che non ricordo?", e "scusa se hai capito male, non ho detto nulla". Non immagini quante volte gli presentavo i messaggi che mi scrivevano con data e ora per dimostrare la mia estraneità ad alcune decisioni.
    Pensa: avrebbero pagato qualcuno, pur di togliermi dalle palle.

    La direttrice avrebbe finito di lamentarsi con tutti delle foto di scarsa qualità pubblicate durante i continui aggiornamenti (ma accuratamente denigrati per via dell'incomprensione totale verso il mio misterioso ruolo) e avrebbe accettato immagini di scarsissima qualità riprese con l'aifon o lo smartfon, sai, fanno delle gran foto. oramai questi telefoni...
    Poi, quando si rese conto che il vero problema non era scattare foto con un telefonino o con una reflex ma recarsi due o tre volte alla settimana per le riprese, ebbe il becco di chiedermi le immagini, come se queste fossero un lavoro dissociato da tutto il sito.
    Si! Hai capito bene: prima si lamentò con tutti per la qualità delle immagini, poi, me le chiese perchè ne era sprovvista.
    Incredibile, eh?
    Mi chiesero tutto il sito "per la causa", sapendo bene che in realtà, questo sarebbe servito a ben altro. Altro che causa da perseguire.
    E l'altra socia che confonde l'apertura focale con i millimetri dello zoom: "ecco perchè le foto vengono deformate: con un 2.8 è normale".
    Ma ti rendi conto?

    - E ancora: la direttrice che andava a deridermi in giro lamentando frasi del tipo "cazzo fa quei video", oppure "cosa servono quelle storielle che chiede ai clienti", ed ora, te la ritrovi su FEISBUC, sulla loro pagina fan, a chiedere agli utenti di scrivere due righe, le stesse su cui mi criticava alle spalle.
    Credimi: non era molto piacevole ricevere telefonate con frasi come "credi di essere essenziale? Voi volontari siete tutti uguali".

    Sospirando come annoiato, tornò al tavolo, bevve l'ultimo sorso di birra e si sedette.

    - Ero di fronte a due strade e dopo mesi di riflessione, giunsi al compromesso che nulla mi importava e, con una serenità completa, coronata da un vago sorriso sulle labbra, scrissi a tutto il gruppo, dicendogli che non mi importava più nulla, e se avessi abbandonato, non sarei stato io a creare il danno ma chi cercava di allontanarmi.
    Ero arrivato a "soppesare" le situazioni: ma ne vale la pena?
    Ecco la strada che scelsi, in quel bivio: andatevene affanculo tutti.

    Dopo averlo ascoltato per oltre 30 minuti, risposi l'unica cosa che mi pareva giusta in quel momento.

    - Le disarmonie minano i creativi. Evidentemente, non se ne sono ancora accorti.
    Devono solo evitare di tirare troppo la corda, mi pare.
    Ma tu, comunque, sappi che ognuno ha i bivi che si merita.

    Sorrise.


    Tengo a precisare che questa storiella divertente è accaduta realmente ma, per ovvi motivi, non vengono citate le fonti, nomi e riferimenti vari.
    Chi vive nella mia zona, sa tutto, non perchè glie l'ho raccontata ma per via del fatto che il sito è sparito e hanno indagato personalmente sull'accaduto, giungendo a proprie conclusioni.
    Potete criticare fin che volete quanto avete letto ma questo racconto è esattamente ciò che è accaduto.
    Non mi importa nulla se non ci credete. Non vi farò leggere le email con gli insulti e le accuse; non vi farò ascoltare le registrazioni telefoniche (ACR è un app fantastiche, credetemi).
    Io DOVRO' passare per quello scorretto.

    Aggiornamento del 5.1.2016
    Hanno lasciato scadere il dominio e qualche furbo dall'occhio vigile, l'ha acquistato in un men che non si dica (whois.net parla chiaro riguardo al nome del nuovo proprietario).
    Come tutti i domini sottoposti a forti strategie di posizionamento sui motori di ricerca, era tenuto d'occhio da molti ed il più veloce ne ha approfittato.
    A nulla servirà acquistare un altro dominio. La visibilità è persa definitivamente. Scordiamoci i 500 visitatori giornalieri con picchi di 800 dopo le 20.

    Cosa deduciamo da ciò? Che la mia tesi inziale è valida più che mai. A loro non è mai interessato un sito web. A loro interessa "il sito di carta".
    La pagina principale di Facebook è piena di errori, le altre due secondarie, completamente dimenticate.
    Per non parlare di Twitter che... Twitter? Cos'è, Twitter, scusa?
    Anche Google+ sapessero cos'è...
    Ah, dimenticavo: la persona che tenta di spiare cosa vado a raccontare in giro, se mi chiamasse direttamente, potrei raccontargli tutto nel dettaglio.
    Brucia il culo, eh?

    Buona fortuna, cara mia "azienda".

  • Storie vere, bambine intelligenti, madri stupide

    Storie vere, bambine intelligenti, madri stupide

    Tutto Iniziò quando Ambra, all'età di 6 anni, strinse amicizia con Bruna, una bambina sua coetanea e compagna di scuola, con la quale legò molto e che prese a frequentare anche dopo gli orari scolastici.
    I genitori di Ambra si accorsero del forte legame che stava instaurandosi e le consentirono di frequentare l'amica per fare i compiti assieme anche nei giorni infrasettimanali mentre quando non si recavano l'una a casa dell'altra, si sentivano via Skype.
    Durante il fine settimana, Bruna veniva invitata spesso a qualche gita, oppure semplicemente, teneva compagnia ad Ambra.

    Passarono gli anni, le bambine crescevano e il loro cerchio di amicizie si allargò ma dopo qualche tempo, Ambra iniziò a lamentare strani comportamenti da parte di Bruna: quando gli incontri si svolgevano in casa di quest'ultima, ad Ambra veniva negata sempre più spesso la sua ilarità ed espansività: "Non ridere così forte", "Questo no", " Quest'altro non si può fare", "Fai piano", oltre ad un ampio ventaglio di "no" casuali.
    Lentamente Ambra provò disagio nel frequentare la sua compagna: "non posso fare nulla quando sono a casa sua", protestava sempre più spesso la bambina.
    "Ad esempio, quando giochiamo nella sua piscina, in giardino dietro casa, dobbiamo evitare gli schiamazzi e parlare piano. Inoltre, continua a dirmi no su tutto".
    I genitori di Ambra rimasero un po' perplessi di fronte alle rimostranze della figlia ma la situazione era comprensibile: Bruna emulava l'atteggiamento di un genitore in modo palese: il padre, Gianni.

    Fortunatamente, con il tempo le cose parvero migliorare, prima causa tra tutte, la crescita.
    E fu proprio questo naturale processo che spostò gli interessi delle pargole sul fenomeno musicale del momento: gli One Direction.
    Un gruppo di bellocci, frutto di un costrutto ben calcolato, si faceva spazio tra le attenzioni di tutti i ragazzi dai 10/12 anni in su.
    Bastarono i soliti pacchetti da 10 milioni di click dei video su Youtube per creare un incredibile finto successo di questa nuova band e convincere tutte le teenager che quello era il gruppo adatto a loro.
    Un successo inaudito basato prima su risultati indotti, come falsa popolarità, e in seguito, su bravura e tecnica musicale, se mai ne fossero dotati.
    In pratica, musica in secondo piano, in evidenza estetica e spettacolo.
    Le canzoni, un'accozzaglia di suoni mal masterizzati sulle tracce del brani ma ben prodotti per ascolti su dispositivi portatili come i cellulari: Audio compressissimo e livelli sballati nelle tracce musicali.
    Inoltre, gli incontri con attori e gente famosa, faceva si che i fans percepissero questi cinque ragazzini come autentiche stelle del firmamento.
    Ma questo era ed è ciò che tutti cercavano: diventare seguaci di qualcosa o qualcuno.

    In tutto questo, curiosamente, Ambra, non pareva eccessivamente interessata a questi prodigi (forse per merito dei genitori musicisti che furono in grado di insegnarle un minimo di critica musicale?) ma Bruna ne era coinvolta sino in fondo, in modo... perfetto, direi.
    Si, perfetto fu il termine esatto per quel fenomeno creato "artificialmente": gli 1D spaccavano davvero.

    Il concerto degli One Direction!

    E finalmente, venne annunciato Il Concerto.
    I genitori di tutta la giovane compagnia iniziarono ad informarsi su come, quando e a quanto acquistare i biglietti.
    Piccola nota: è doveroso precisare che il piano di successo di un'industria musicale simile, per ottenere riscontri positivi, deve anche giocare su strategie persuasive importanti come "scarso" e "prezioso" ed ecco spuntare rari biglietti dal costo ridicolmente elevato.
    Si parlava di pezzi di carta da 500€ per riuscire a vedere cantare cinque ragazzini da 300 metri di distanza.
    Ma questi particolari non ostacolavano.
    D'altronde, tutti gli adulti di oggi hanno avuto modelli cui ispirarsi, credere ed identificarsi; alcuni, vivono ancora nel mondo dei ricordi e delle lodi, altri, sono rimasti ai vecchi tempi, altri ancora, sempre distaccati a simili meccanismi ma tutti, comunque, fervidi sostenitori della teoria che queste "dovute esperienze" vanno rigorosamente rispettate e tramandate.
    Sai, i ragazzi è giusto che vivano tali situazioni, dirà qualcuno. Un po' meno, dirò io, è spendere 500€ per un concerto ma si sa, per i figli, questo ed altro, no?

    I fatidici biglietti per vedere gli One Direction

    Ogni genitore iniziò quindi ad occuparsi dei biglietti.
    Per Ambra furono regalo di compleanno e fu in quel periodo che Bruna colpì molto suo papà quando su Skype la sentì ripetere con ossessione la frase "quando andremo al concerto"; Salvatore, infatti, aveva la sensazione che nessuno in casa della bambina si stesse interessando o muovendo per acquistare i bramati biglietti.

    Egli, rimase infatti colpito dal fatto che Bruna stesse sognando l'esibizione degli 1D senza una solida base di sicurezza di acquisto.
    Paola, sua mamma, persona limitata e di scarsa cultura, evidentemente non aveva la più pallida idea di come procurare i biglietti. Si sarebbe dovuta rivolgere al figlio maggiore con il forte rischio che anch'egli volesse partecipare all'Evento, oppure, più presumibilmente, si aspettava che qualche altro genitore si preoccupasse di procurarli anche a Bruna.
    D'altronde, la figlia veniva "scarrozzata" in giro continuamente; erano gli amici che si occupavano del suo svago e avrebbero dovuto quindi preoccuparsi anche dei biglietti, no?

    E la risposta giunse durante un weekend, quando Morgana - mamma di Ambra - e Paola, assieme alle bambine, si recarono presso un grosso centro commerciale.
    Approfittando dell'allontanamento temporaneo di Bruna dal gruppo, Morgana propose a Paola l'acquisto online dei biglietti come sorpresa per la bambina.
    "Vuoi portare Bruna al concerto?"
    "Puoi farmi avere i biglietti?", chiese Paola speranzosa.
    "Chiedo ad Elisa, la mamma di Felicia. Lei, ne ha già acquistato altri e sa come muoversi".
    "Va bene", rispose Paola con un'espressione non esattamente uguale a quella di Angelina Jolie.

    La sera stessa, Morgana tenne fede all'impegno e si recò a casa di Elisa:
    "Paola è interessata ai biglietti per Bruna: riesci a procurarne ancora?", chiese alla madre di Felicia che purtroppo, con sorpresa, si accorse che i biglietti non erano più disponibili al costo di 80€: essi erano magicamente lievitati a 120€.
    A questo punto, Morgana, prima di procedere con l'acquisto, volle sincerarsi se Paola fosse disponibile a spendere quell'imprevista nuova cifra e le telefonò immediatamente.
    "Li abbiamo trovati a 120€ cadauno, procediamo con l'acquisto?"
    "No, lasciate stare. Ora non posso guardare su Internet ma mi informerò. Grazie", salutò Paola.

    Non si seppe più nulla ma la voce si sparse ed altri si proposero per aiutare la piccola Bruna che stava per perdersi l'evento tanto atteso.
    E difatti, Lella Fuoss, mamma di Alice, altra storica amica di Bruna, riuscì a trovare altri biglietti.
    Come tutte le mattine, incontrò Paola davanti alle scuole e le chiese se fosse ancora interessata all'acquisto in quanto aveva trovato qualcosa all'ultimo momento, dopo ore di ricerche.

    Ed accadde l'incredibile!
    Paola, con un'espressione di sufficienza, voltò le spalle a Lella e pronunciò una frase ripugnante che rimase impressa per sempre nella memoria di Lella: "Non mi interessano più".

    Lella rimase senza parole. Attonita, strinse gli occhi come fessure e digrignò i denti.
    Il sole non era ancora alto nel cielo. Si sentivano cinguettare gli uccellini ignari di quanto stava per accadere.
    Come un Angelo della Morte, la donna sguainò la sciabola affilata e con un urlo acuto, recise di netto la giugulare di Paola, colpendola alle spalle.
    Qualcosa di caldo bagnò il viso di alcuni genitori che si allontanarono dalla scena urlando. Più tardi, costoro si resero conto che si trattava di sangue.

    Urla. Gente che correva. Si stava svolgendo tutto troppo in fretta.
    Attorno al corpo riverso di Paola si allargava un cerchio rosso vermiglio, al centro, un demone infuriato brandiva una lama al cielo. La sua risata satanica echeggiava tra i palazzi. Il corpo tozzo di Paola, ancora avvolto nella sua giacchetta marrone, sai c'è arietta, scosso da spasmi sempre più lievi, affogava nel suo stesso sangue mentre lentamente, perdeva gli ultimi appigli alla propria miserabile vita.

    Poi, Lella aprì gli occhi e vide le spalle di Paola, avvolte in quell'orrenda giacchetta marrone, sai, c'è arietta, mentre si allontanava con passo leggermente dondolante.
    Con la bocca ancora aperta, gli occhi strabuzzati dallo stupore, si voltò lentamente, incredula e si diresse verso l'auto con la mente in subbuglio.
    Lella, non avrebbe mai più perdonato Paola.

    Bruna la videro al concerto assieme al padre Gianni.
    Qualcuno suppose che la madre, Paola, avrebbe avuto bisogno delle cinture di sicurezza per assistere agli 1D.

    Rimase comunque un mistero sul come la bambina ottenne quei biglietti ma di sicuro scontò un pesante prezzo: Paola le vietò di frequentare le vecchie amicizie.
    Perchè Paola, cari amici, iniziava a dubitare di se stessa.
    Paola, temeva gli inevitabili e spiacevoli confronti con gli altri genitori e l'espediente 1D servì a concretizzare questa paura.
    Bruna non usciva il weekend; Bruna, non passava con le amiche una domenica al mare; Bruna, non invitava all'acquario di Genova le amiche; Bruna, non offriva alle compagne un sabato sera al cinema, dai, vieni, è in 3D e poi andiamo in pizzeria.

    Incredibilmente, il padre di Bruna, pareva essere all'oscuro della situazione e quando incontrava i parenti delle amiche della figlia, salutava calorosamente come niente fosse; al contrario, Paola, penosamente davanti alla figlia, voltava le spalle a tutti i bambini, genitori annessi.
    "Loro", facevano parte della vita precedente al concerto. "Loro", erano i diversi, non hai bisogno di starci assieme, cambia un po' compagnia o stai con me che ti diverti ugualmente, vedrai.

    Ma la tenerezza di Bruna, spiazzava: agitava la mano per salutare chiunque e teneva ben stretta nel cuore la sofferenza di doversi nascondere alla sua despota personale che, imperterrita, ignorava perfino le regole più banali della convivenza con il nemico.
    Insomma, chiunque litighi con una persona, per un minimo senso "civico di imbarazzo", cerca di evitare incontri in ascensore ma pareva che i limiti cerebrali della donna non raggiungessero simili vette.

    La tiranna attendeva il suono della campanella proprio sotto casa dei genitori di Ambra e Felicia. Accadeva quindi che si incrociassero spesso ed obbligasse Bruna ad assistere allo snobbismo verso gli ex amici più cari.
    Ecco quindi che tutti si trovavano obbligati ad assistere alle patetiche scene della piccola e brava Bruna che salutava di nascosto, con sguardo colpevole mentre Paola non si preoccupava minimamente del conflitto che stava creando nella figlia; in realtà, le sue condizioni intellettuali non le consentivano di comprendere la situazione.
    L'Essere Non Pensante, si stava parando il culo; stava proteggendo Bruna (o se stessa?) da un mondo lontano e avverso.
    Ella, voleva evitare che la figlia la confrontasse a tutti, con ovvi e scomodi risultati.

    Bruna iniziò a porsi strane domande sul genitore quando fu troppo tardi e diversi adulti rimasero talmente sconvolti dal comportamento di Paola che videro quel voltafaccia come una barzelletta.

    Questa storia è vera.
    I nomi sono falsi ma alcuni riconducono agli originali. Basta pensarci.

    La tragedia di Paola rimase per sempre nella mente di Bruna e quest'ultima, nel cuore di tutti.
    Qualcuno rise quando la bambina si accorse del male che la mamma le fece.
    Ma fu troppo tardi.

    Per Paola.

    Lacrime di una bambina novese

  • Un drago in stabilimento alle tre di notte

    Un drago alla Lavezzari di Novi Ligure

    Quella maschera era incredibilmente reale.
    Con il muso proteso, le orecchie a punta, la lingua fuori ed un'orrenda criniera verde, ti trasformava in un drago a tutti gli effetti.
    Non sputavi fiamme e rimanevi vestito da operaio ma la testa, ragazzi, era incredibilmente reale: diventavi un drago, punto e basta.
    Prova a chiederlo a Francesco Sala.

    Pioveva

    Mi misi d'accordo con i miei amici, Diego e Marco, compagni di turno: "indosso la maschera e faccio il giro del capannone. Tra una decina di minuti, telefonate a Francesco e ditegli di dare un'occhiata fuori perchè... non so, inventatevi la solita scusa, avete visto un'auto sospetta girare nel piazzale".

    In quegli anni, facevo i turni alla Lavezzari di Novi Ligure. Sarà stato il 1992 e in quel periodo lo stabilimento era appena entrato in produzione.
    La mansione di elettricista mi consentiva un sacco di tempo libero durante la notte.
    Ad essere sincero, ne avevo anche di giorno di tempo libero, ma questo è un altro discorso.

    Privi di portineria e servizio guardia, era molto frequente "dare un'occhiata fuori" e noi dovevamo pur fare uscire Francesco per spaventarlo a dovere; insomma, non era da tutti i giorni trovarsi un drago, con tanto di criniera verde, ad aspettarti dietro la porta alle 3 di notte.

    Devi anche sapere che Francesco era un tipo mite e lavorava in una zona deserta dello stabilimento.
    Se dovevo fare uno scherzo tremendo a qualcuno, di certo non sarei andato da un tipo dinamico, non sei d'accordo?

    Indossai la maschera, uscii dal capannone e percorsi circa 300 metri di corsa sotto l'acqua piovana per raggiungere quella porta dalla quale, entro breve, sarebbe uscito il povero Francesco per "dare un'occhiata fuori, sai, abbiamo visto un'auto girare nel piazzale".

    Misi la maschera e divenni più drago che mai, a braccia conserte.
    Cazzo, mi stavo pure bagnando, Dio come pioveva!

    Sentivo le gocce martellare sulla gomma della maschera.
    La lingua rossa gocciolava e dai fori degli occhi vedevo la maniglia della porta immobile. Presto sarebbe uscito un povero metalmeccanico a dare un'occhiata.

    Ricordo un particolare che mi divertiva: il mio abbigliamento. Ero un drago ma vestito da operaio!
    Tuta verde, targa "Lavezzari" sul taschino, testa da drago. Fantastico.

    Poco distante da me, le ventole delle torri di raffreddamento rombavano sotto la luce gialla al sodio.
    Passarono forse due minuti quando la maniglia scese cigolando e la porta lentamente si aprì.

    Timidamente, fece capolino la testa di Francesco ma si bloccò all'istante quando mi vide: sgranò gli occhi e spalancò la bocca in un'espressione di puro stupore.
    La creatura che si trovò innanzi emise un ruggito gutturale da film dell'orrore ma rimase a braccia intrecciate.
    Parve un ruggito molto eloquente: l'immondo essere pareva sussurrargli ti aspettavo in modo confidenziale.

    Ebbene si. Quella notte, alle tre e dieci, Francesco avvistò una fiera orripilante, vestita da operaio, dietro la porta del capannone.
    E la udì pure ruggire a braccia conserte.
    Ragazzi, la creatura voleva solo lui.

    Mi limitai solo a ruggire ma bastò.
    Il collega si ritirò lentamente in un sospiro rumoroso lasciando la porta aperta.
    - Che succede? - pensai sghignazzando.

    Entrai.
    Vidi un operaio afflitto, chino, che si reggeva malapena al maniglione antipanico, l'espressione vacua.
    Francesco respirava affannosamente e produceva un rumore asmatico, leggermente inquietante.
    Aveva lo sguardo perso nel nulla e rantolava cercando di riprendersi dallo shock.

    Non sapevo se ridere o preoccuparmi. Scelsi la seconda e trattenendo a stento la prima, dissi: "Ehi! Ci sei? Ti sei spaventato? Come stai?"
    Mi tolsi la maschera e in quel momento egli si voltò e si riprese sorridendo ma con affanno.

    Esplodemmo in risate ma ancora ero non immaginavo quanto avrei appreso da li a poco.
    Ridemmo per dieci minuti buoni e a forza di patte sulle spalle feci riprendere Francesco dallo sgomento, il cui orrore aveva superato i livelli di guardia.

    "Ma quando ti hanno chiamato, non ti è venuto il dubbio che stessero scherzando?" chiesi all'operaio ancora scosso.
    "Chiamato? Chi mi avrebbe dovuto chiamare?", disse confuso.

    Per pochi secondi rimasi interdetto e fu allora che lo scherzo culminò nei contorni della favola più bella che possa ricordare, perchè vedi, Diego e Marco si dimenticarono del tutto di telefonare a Francesco per chiedergli di "dare un'occhiata fuori".
    Egli aprì la porta in tutta tranquillità per prendere un'innocua boccata d'aria e vedere se aveva smesso di piovere.

    Pensa, un conto è presentarsi con i sensi all'erta per cercare un'auto sospetta nel piazzale; diverso è esporsi in completa tranquillità e trovarsi di fronte un orrendo drago ruggente.
    Con criniera verde, per giunta!

    Furono anni fantastici e questo non fu l'unico scherzo che partorii ad un mio collega.
    Un giorno, proverò a scrivere cosa feci al mio amico Gianluigi Bianchi: lo scherzo che a distanza di vent'anni ancora viene narrato alle generazioni odierne e future.

  • Un vegetariano durante un indimenticabile capodanno 2018/2019

    Un vegetariano al ristorante tortona montegioco

    Un vegetariano durante un indimenticabile capodanno 2018/2019

    Ieri sera saremmo entrati nel 2019 anche senza l'obbligo di festeggiare l'evento ma un amico prenotò per una trentina di persone - me compreso - un tavolo in un locale noto per la qualità della carne. Così mi dicono.

    A dire il vero, non so come e se una carne possa essere di qualità; evidentemente, c'è chi misura con sapore e consistenza, caratteristiche che anche le caramelle gommose possiedono senza essere alimenti di qualità ma credo ci siano altri fattori che alzano l'indice.

    Come fare successo nella ristorazione

    Il segreto del successo di un ristorante, prendete appunti mi raccomando, è e sarà sempre un ambiente informale, dove più il nome del locale è agricolo e meglio è, tanta pappa a scelta e subito e una frase questo lo offre la casa su qualcosa a caso.

    Va bene anche una grappa presa all'LD; riversi il contenuto in una bottiglia con un etichetta scritta a mano e come per magia il contenuto diventa raro, fatto in casa e unico, lo facciamo noi, assaggia questa, offre la casa.
    Ma questo è un altro discorso.

    Sei vegetariano? Avvisa e prenota

    Sta di fatto che un vegetariano come me avvisa sempre prima di prenotare in un qualsiasi ristorante in modo da non trovarsi di fronte brutte sorprese, come ad esempio pagare 50€ uno zucchino con l'olio, due fette di peperoni e 4 asparagi assieme a un po' di grana sbriciolato, questo è buono, sa, è della casa.

    Sai com'è, potremmo anche trovarci una cameriera che a metà serata, impietosita, ci viene a chiedere se abbiamo ancora fame, questo è un locale famoso per la carne, qui gli animali stanno bene, pascolano tranquilli e vivono felici ed io, a quel punto, potrei risponderle che avevamo prenotato, con un mese di anticipo, la presenza di cinque vegetariani; se l'avessimo saputo prima non saremmo venuti o ci saremmo organizzati altrimenti, se il locale serviva solo carne di qualità e avesse avuto problemi a scaldarci quattro lenticchie e cuocerci un uovo sodo per poi presentarci la solita insalata russa con il tonno, mi spiace, sono vegetariano, ah perchè, i vegetariani non mangiano pesce?, no, che strano, la mia amica lo mangia ed è vegetariana.

    Già, perchè se avessimo pagato 50€ e avessimo mangiato almeno un piatto di lenticchie, due tortelli con il pomodoro, non in bianco - sono vegetariano, non ho problemi di diarrea - un po' di tofu affumicato dell'LIDL (eccezionale, provalo) e un giro di formaggi, sarei stato anche contento.

    Invece no.
    Avrei tossito quella cifra per uno zucchino e mezzo peperone che, anche se della casa, forse sarebbe stato un po' caro.

    Ma si. La compagnia c'era, la musica con cantante stonata e chitarra scordata anche, la rompicazzo che mi faceva alzare per passare ogni 4 minuti contati per andare a fumare, e che poi deve aver chiuso per sempre con il tabagismo dopo aver accusato il mio sguardo fulminante, un ragazzo nel mio tavolo che con un infarto ha chiuso con tutti i futuri cenoni, il personale che non spegneva la musica durante l'emergenza e i clienti che in quel frangente chiedevano un kaffè con la kappa, quelli del buongiornissimo su Whatsapp, si intende, posso dire di aver passato un capodanno indimenticabile.

    Indimenticabile come aver visto la mia fidanzata che praticava il massaggio cardiaco e una tizia che le suggeriva di stare attenta a non fargli male; indimenticabile come una ragazza che ha provato la respirazione bocca a bocca.

    Indimenticabile come il solito vicino di tavolo che mi avvisa di mangiare poca carne appena viene a conoscere il mio stile alimentare, mah, io carne ne mangio poca, praticamente niente, ma pesce ne mangi, no, ah beh, di quello non ne posso fare a meno.

    E poi, Daniela che dice alla cameriera che invece di 50€ potevano farci pagare 30€ e l'altra che abbassa lo sguardo dichiarando di non essere la proprietaria ma che dimentica accuratamente di riportare il messaggio a chi di dovere.

    Conclusioni della casa, le migliori

    Sono vegetariano da quasi trent'anni. Non rompo i coglioni a nessuno ma me li rompete quando fate il conteggio sulle mie proteine che assumo (chissà perchè sulla vostra quantità non ci sono dubbi).
    I vegetariani che mangiano pesce, non sono vegetariani anche se la tua amica lo mangia.

     

    Le recensioni in rete

    Sono ancora turbato da ieri sera.
    Questo è il mio blog: se temete le recensioni che scrivo, prendetevela anche con la scheda di Google Business (potete chiuderla) o Trip Advisor (non potete fare nulla, ve la tenete).
    Se volete essere recensiti positivamente dal sottoscritto, c'è solo un modo: preparatemi una frittata e fatemi mangiare del formaggio.
    Sappiate gestire un emergenza; non dico a livello medico, semplicemente spegnendo la musica, allontanando i rompicoglioni e chiamando l'ambulanza (è stata chiamata da un mio amico, ciao Fulvio).

    Non mi paiono cose impossibili.

    PS: il ragazzo che si è sentito male è morto.

     

  • Una barzelletta sui Carabinieri vissuta in prima persona

    Un prode ACA: l'Allievo Carabiniere Ausiliario Giudice Andrea

    Quella sera, in viaggio di ritorno verso casa sulla mia formidabile Talbot Sunbeam (0...100km/h, 3minuti), sedeva al posto passeggero la mia fidanzata.

    Era una soleggiata domenica dell'87 o giù di li.
    l'ACA Beretta, un mio collega di Cernaia (corso 123), addetto ai turni licenze, mi lasciò il fine settimana libero.
    Come sempre.
    In vero, egli mi concedeva sempre una licenza nel weekend. Evidentemente, mi aveva preso in simpatia.

    Autostrada A26

    Durante un sorpasso in terza corsia, un auto iniziò a chiudermi verso il Guard Ray.
    Frenai bruscamente lasciandola passare avanti, in modo da evitare la distruzione della fiancata.

    Scosso dallo spavento, dopo qualche minuto, la vendetta dell'ACA non tardò ad arrivare.
    Raggiunsi quell'automobile, tentai nuovamente un sorpasso e, minaccioso più che mai, sventolai la mia tessera da Allievo Carabiniere Ausiliario (formato carta d'identità), il cui valore militare equivaleva a meno di nulla e gli intimai una fermata alla prima area di sosta.
    Il tutto, ovviamente, in corsa, da abitacolo ad abitacolo, in l'autostrada, a 100 all'ora.
    Sai com'è, in ballo c'era il mio orgoglio da ACA, le urla del mio tenente Sciurpa e le fughe dal tenente Cuneo.

    L'autista dell'altra automobile, accennò un si distratto ed iniziò a rallentare seguendomi verso un'area di sosta, il primo parcheggio sull'A26 subito dopo il viadotto Gorsexio.

    Scendemmo dalle rispettive automobili.
    La mia fidanzata, seduta in macchina, timorosa della mia rabbia.
    Ero un predatore notturno; un giustiziere senza macchia e alamari.
    Tra me e lui, il frastuono dell'autostrada ed un piacevole vento estivo.
    Le ombre erano lunghe.

    Il guidatore dell'altra auto mi si avvicinò e con cautela proferì la frase che a distanza di quasi trent'anni ricordo come se me l'avessero pronunciata pochi minuti fa: "Cosa sei?"
    Con sguardo truce, ostentai il mio cartellino su cartoncino, due pagine beige con foto tessera stropicciata, pronunciando un deciso: "Carabini..." ma non finii la frase.

    Improvvisamente, l'uomo che avevo di fronte urlò: "MARESCIALLO DI PS!" e con uno scatto fulmineo estrasse un tesserino plastificato color arancio, piazzandomelo davanti agli occhi.

    Sbalordito, rimasi senza parole. Dalle mie labbra uscì un flebile "Ma...".
    "Stronzo!", strillò. "STRONZO, VAI VIA! VAI A CASA!", l'indice puntato verso la mia auto.
    Mi voltai a testa bassa e con la coda tra le gambe mi diressi verso il mio mezzo meccanico a quattro ruote.

    Con la bocca spalancata e l'indice puntato verso l'alto (più in segno di pietà che d'altro), provai a voltarmi l'ultima volta, farfugliando qualcosa ma lo sguardo inclemente del maresciallo mi fece sgattaiolare immediatamente all'interno della Super ACA Mobile dove trovai la mia fidanzata in lacrime dalle risate.

    Avevo la testa leggera: non mi pareva di vivere di prima persona quanto stava accadendo.
    Provavo la curiosa sensazione di assistere ad una sciagura altrui trovandola goffamente ridicola.
    Non ero io ad aver minacciato con un tesserino dal valore nullo un maresciallo della polizia e non avevo intimato a nessuno di fermarsi.
    Forse, qualche ora prima ero in spiaggia da qualche parte.
    Si, può essere.

    Ma poco dopo tornai in me ed iniziai a ridere... con uno strano sapore in bocca: quello della paura di averla combinata grossa.

    Il giorno dopo, in Cernaia, raccontai l'accaduto al mio tenente (evitando di scendere troppo nei particolari, non si poteva mai sapere) che, evitando di ridermi in faccia, disse: "Non si preoccupi. Se salta fuori qualcosa me lo faccia sapere".

    La ricordo come una delle più belle barzellette sui carabinieri che vissi di prima persona.

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