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Un drago alla Lavezzari di Novi Ligure

Quella maschera era incredibilmente reale.
Con il muso proteso, le orecchie a punta, la lingua fuori ed un'orrenda criniera verde, ti trasformava in un drago a tutti gli effetti.
Non sputavi fiamme e rimanevi vestito da operaio ma la testa, ragazzi, era incredibilmente reale: diventavi un drago, punto e basta.
Prova a chiederlo a Francesco Sala.

Pioveva

Mi misi d'accordo con i miei amici, Diego e Marco, compagni di turno: "indosso la maschera e faccio il giro del capannone. Tra una decina di minuti, telefonate a Francesco e ditegli di dare un'occhiata fuori perchè... non so, inventatevi la solita scusa, avete visto un'auto sospetta girare nel piazzale".

In quegli anni, facevo i turni alla Lavezzari di Novi Ligure. Sarà stato il 1992 e in quel periodo lo stabilimento era appena entrato in produzione.
La mansione di elettricista mi consentiva un sacco di tempo libero durante la notte.
Ad essere sincero, ne avevo anche di giorno di tempo libero, ma questo è un altro discorso.

Privi di portineria e servizio guardia, era molto frequente "dare un'occhiata fuori" e noi dovevamo pur fare uscire Francesco per spaventarlo a dovere; insomma, non era da tutti i giorni trovarsi un drago, con tanto di criniera verde, ad aspettarti dietro la porta alle 3 di notte.

Devi anche sapere che Francesco era un tipo mite e lavorava in una zona deserta dello stabilimento.
Se dovevo fare uno scherzo tremendo a qualcuno, di certo non sarei andato da un tipo dinamico, non sei d'accordo?

Indossai la maschera, uscii dal capannone e percorsi circa 300 metri di corsa sotto l'acqua piovana per raggiungere quella porta dalla quale, entro breve, sarebbe uscito il povero Francesco per "dare un'occhiata fuori, sai, abbiamo visto un'auto girare nel piazzale".

Misi la maschera e divenni più drago che mai, a braccia conserte.
Cazzo, mi stavo pure bagnando, Dio come pioveva!

Sentivo le gocce martellare sulla gomma della maschera.
La lingua rossa gocciolava e dai fori degli occhi vedevo la maniglia della porta immobile. Presto sarebbe uscito un povero metalmeccanico a dare un'occhiata.

Ricordo un particolare che mi divertiva: il mio abbigliamento. Ero un drago ma vestito da operaio!
Tuta verde, targa "Lavezzari" sul taschino, testa da drago. Fantastico.

Poco distante da me, le ventole delle torri di raffreddamento rombavano sotto la luce gialla al sodio.
Passarono forse due minuti quando la maniglia scese cigolando e la porta lentamente si aprì.

Timidamente, fece capolino la testa di Francesco ma si bloccò all'istante quando mi vide: sgranò gli occhi e spalancò la bocca in un'espressione di puro stupore.
La creatura che si trovò innanzi emise un ruggito gutturale da film dell'orrore ma rimase a braccia intrecciate.
Parve un ruggito molto eloquente: l'immondo essere pareva sussurrargli ti aspettavo in modo confidenziale.

Ebbene si. Quella notte, alle tre e dieci, Francesco avvistò una fiera orripilante, vestita da operaio, dietro la porta del capannone.
E la udì pure ruggire a braccia conserte.
Ragazzi, la creatura voleva solo lui.

Mi limitai solo a ruggire ma bastò.
Il collega si ritirò lentamente in un sospiro rumoroso lasciando la porta aperta.
- Che succede? - pensai sghignazzando.

Entrai.
Vidi un operaio afflitto, chino, che si reggeva malapena al maniglione antipanico, l'espressione vacua.
Francesco respirava affannosamente e produceva un rumore asmatico, leggermente inquietante.
Aveva lo sguardo perso nel nulla e rantolava cercando di riprendersi dallo shock.

Non sapevo se ridere o preoccuparmi. Scelsi la seconda e trattenendo a stento la prima, dissi: "Ehi! Ci sei? Ti sei spaventato? Come stai?"
Mi tolsi la maschera e in quel momento egli si voltò e si riprese sorridendo ma con affanno.

Esplodemmo in risate ma ancora ero non immaginavo quanto avrei appreso da li a poco.
Ridemmo per dieci minuti buoni e a forza di patte sulle spalle feci riprendere Francesco dallo sgomento, il cui orrore aveva superato i livelli di guardia.

"Ma quando ti hanno chiamato, non ti è venuto il dubbio che stessero scherzando?" chiesi all'operaio ancora scosso.
"Chiamato? Chi mi avrebbe dovuto chiamare?", disse confuso.

Per pochi secondi rimasi interdetto e fu allora che lo scherzo culminò nei contorni della favola più bella che possa ricordare, perchè vedi, Diego e Marco si dimenticarono del tutto di telefonare a Francesco per chiedergli di "dare un'occhiata fuori".
Egli aprì la porta in tutta tranquillità per prendere un'innocua boccata d'aria e vedere se aveva smesso di piovere.

Pensa, un conto è presentarsi con i sensi all'erta per cercare un'auto sospetta nel piazzale; diverso è esporsi in completa tranquillità e trovarsi di fronte un orrendo drago ruggente.
Con criniera verde, per giunta!

Furono anni fantastici e questo non fu l'unico scherzo che partorii ad un mio collega.
Un giorno, proverò a scrivere cosa feci al mio amico Gianluigi Bianchi: lo scherzo che a distanza di vent'anni ancora viene narrato alle generazioni odierne e future.

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