Archivio post

Cane e gatto

1990: Lavezzari a Novi Ligure: lo scherzo più bello della storia

Era da troppo tempo che sognavamo di fare uno scherzo simile a qualcuno e il massimo del divertimento sarebbe stato farlo a Luigi.
Eh si, perchè far fumare una canna ad uno di noi - a sua insaputa si intende - non sarebbe stato altrettanto divertente.

Chi era Luigi?

Luigi era Luigi, capisci?
Luigi, era un giocatore di bocce.
Luigi, cantava canzoni di liscio tutto il giorno e beveva vino.
Quello buono, ovviamente.

La compagnia del Luigi, era composta da settantenni che giocavano a ramino il sabato sera in osteria.
Luigi, parlava solo in dialetto ed era un contadino cattolico: andava rigorosamente a messa la domenica e recitava le preghiere prima di coricarsi, sai com'è, coi tempi che corrono...
Luigi arrivava da un paesino dove il massimo evento della settimana erano le campane della chiesa la domenica mattina.

Luigi, aveva una trentina d'anni.
Solo all'anagrafe.

Lo scherzo

Una canna dichiarata come normale sigaretta, secondo te, a chi avremmo dovuto farla fumare? Non certo ad uno di noi.
Non ci saremmo divertiti allo stesso modo; inoltre, ci trovavamo di fronte ad un esperimento scientifico coi fiocchi.
Avremmo dimostrato che il THC non produce effetti collaterali negativi ma induce calma nelle persone ansiose e puoi giurarci se ti dico che ü Luigi aveva bisogno di un po' di quiete.
Avremmo anche dimostrato alcune capacità sibilanti del soggetto - a pressioni acustiche inaudite tra l'altro - anche se questo ancora non lo sapevamo.

A rendere le cose facili era il fatto che Luigi era un fumatore: ogni giorno, gli partiva almeno un pacchetto e mezzo di Muratti doppio filtro, ma solo sul lavoro, sai, a casa non fumo mica, io!
Peccato che sul lavoro ci vai tutti i giorni, scemelano - per dirla a modo suo - non ci va un altro al posto tuo ma questo è un altro discorso.

Un'incredibile occasione

Quella notte, in mensa, Jhonny, cosi lo chiamavamo, si stava rollando una sigaretta.
Ogni tanto, ci metteva un'aggiuntina che condivideva con i presenti ma non quella notte.

Era estate, l'ora era tarda.
Era il periodo più sereno della mia vita. Ragazzi, avevo 25 anni o forse meno.

Adoravo il turno di notte perchè potevo portarmi materiale su cui studiare: libri di informatica, elettronica, saldatore a stagno, qualche scheda da riparare o assemblare.
Sul lavoro, di notte non dormivo mai; o condividevo col mio amico "Jhonny" qualche aggiunta alle sue sigarette truccate, o studiavo, ammesso che gli impianti dello stabilimento non avessero rogne.

Insomma, quella notte, intorno alle 2 e mezza, Jhonny si stava rollando una sigaretta in locale mensa.
Si chiacchierava tranquillamente quando di colpo la porta si spalancò ed apparve la figura maestosa di Luigi. Era l'ora del cicchetto.

Si diresse verso la sua borsa: "Non ho mica tempo da perdere come voi giovani, ho l'MB da controllare" (ndr: un tipo di lavorazione)

Guardò Jhonny: "te bon a preparomne öina anche a mi?" (sei capace a farmene una?)
Jhonny, concentrato, annuì sorridendo ma si interruppe di colpo e lentamente alzò lo sguardo verso di me. Ci fissammo seri.

Non potevamo crederci.
Stava per concretizzarsi lo scherzo da sempre pianificato e mai realizzato per impossibilità organizzativa: "come gliela facciamo fumare una canna? Mica possiamo fargli uno svuotino, se ne accorgerebbe, inoltre, con il doppio filtro delle sue Muratti rischieremmo di buttare tutto".

Mesi e mesi di progetti su come fare fumare una canna a Luigi, si materializzarono come un lingotto d'oro su un piatto d'argento: Luigi, ci stava chiedendo una sigaretta, come se non bastasse fatta a mano!

In quello sguardo, capii tutto e non dissi nulla mentre Luigi, continuò: "fome ina sigareta e lasimla in su tavurein all'uscita". (fammi una sigaretta e lasciamela sul tavolo in sezione uscita)
Così si chiamava il reparto dello stabilimento dove Luigi lavorava con le brache della tuta arrotolate alla zuava, le gambe bianche e pelose come un ragno da muro, canzoni campagnole a squarciagola, quelle di voi giovani non le sopporto, e il vino. Quello buono.
Si, quel contadino di 30 anni, all'anagrafe, avrebbe trasgredito una regola spaventosa: avrebbe assunto DROGA.

Chiuse la porta e ci lasciò soli.
Ci riprendemmo in fretta dalla sorpresa e passammo immediatamente all'opera.
Jhonny, produsse quella che oggi definirei "una signora canna", potente e costosa ma credimi se ti dico che ne valse la pena.
Quel rompicoglioni di Luigi si sarebbe sballato come quei giovani che 'i fan moi gnainte in tuto u giurnu" (non fanno mai niente tutto il giorno).

Arrivò il momento

Gliela appoggiammo sul tavolo.
Erano quasi le tre di notte quando luigi cantava qualcosa su una colomba che volava, vola, diglielo tu che tornerò.

Si voltò, impugnò quel biglietto per le stelle e rimise in tasca il pacchetto di Muratti dal quale stava per attingere, probabilmente, la trentacinquesima sigaretta della giornata, guarda che io fumo solo sul lavoro, a casa non ne tocco se non dopo il caffè o un bicchiere di vino. (Quello buono).

"Ah! Si è ricordato di farmela, eh?!", urlò sogghignando, come ogni buon campagnolo sa fare, la schiena incurvata.
L'accese e quando inalò la prima boccata, tossì: "porca bagassa s l'è förte!" (porca miseria, se è forte!).
"Luigi", gli dissi trattenendo a stento una risata, "quelle che fumi tu normalmente hanno un doppio filtro, questo è un tromboncino a scarico diretto!" ed immediatamente, mi arrivò quel dolce profumo pungente simile al rosmarino.
Non posso crederci, pensai; non posso crederci.

I miei colleghi fuggirono per evitare di ridere in faccia alla vittima ma io tenni duro.
Avvolto da una nube densa e aromatica, Luigi aspirava a pieni polmoni ciò che sarebbe passato alla storia come lo scherzo più divertente di quello stabilimento. E della mia vita (ma non è ancora detto).

Tossiva e non smetteva di fumare e mentre teneva quella sigaretta con poco tabacco tra le dita, procedeva nel suo lavoro cantando odi campagnole che parlavano di feste popolari, amori proibiti e quella cazzo di colomba che volava e volava, diglielo tu, ma le note iniziarono sfumare verso pentagrammi e metronomi sempre più trascinati.

"Basta, an ghe la fasu pü!" (basta, non ce la faccio più), mi disse. "La vuoi finire?", porgendomela.
Accettai volentieri e sempre attento ai risultati di quell'esperimento chimico/social/scientifico, mi sedetti assieme a Jhonny in silenzio ad osservare l'inizio di un fenomeno che ancor oggi ricordo con stupore.

Accadde un fatto curioso, degno di essere menzionato sui libri di tossicologia.
Non so se avete mai visto il film "Stati di allucinazione": il personaggio principale assume stupefacenti per raggiungere stati fisici alterati. Non mentali, fisici!
Se in quel film l'attore si trasforma in una scimmia e in altri strani esseri, Luigi iniziò a fischiare fortissimo verso il cielo.

Oramai erano le 3 e mezza, faceva sempre caldo in quella notte estiva del 1990 o giù di li.

Con i portoni aperti, tra il rumore assordante dell'impianto e le zanzare, Luigi fischiava come una pentola a pressione, gli occhi rossi e la bocca asciutta.
I brani di liscio, il vino, l'agitazione, il chiamarci solo per cognome e i pantaloni alla zuava, avevano lasciato posto a fischi assordanti diretti verso la notte stellata.

Iniziammo a ridere increduli; ragazzi, si stava realizzando il sogno di chiunque avesse voluto vendicarsi delle angherie subite da Luigi.
Perchè diciamocelo: Luigi era un pezzo di pane imbevuto nel vino (quello buono, si intende) ma era un gran rompicoglioni, di quelli che ti vogliono mettere all'ordine e sugli attenti di continuo, perchè ogni reazione o rapporto con Luigi era sempre caratterizzata da urla e caziatoni (di poco valore).

Fischiava!

Poi, smise e barcollando, pronunciò quella frase che mai più scorderò per il resto della mia vita: "vabeh...a sè vdemu". (Va bene, ci vediamo).
Impugnò la ringhiera della scala, sguardo basso, borbottando come il sacerdote dello sballo, più vecchio del mondo e si avviò per lo stabilimento, probabilmente a coricarsi da qualche parte.
Un pisolino, in fondo, se lo meritava dopo una notte simile.

Il giorno dopo

Il giorno dopo lo incontrai negli spogliatoi.

"Ciao Luigi, com'è?"
"Bene! Andiamo a lavorare, forza!" Rispose urlando da buon agricolo.
"Luigi, ieri sera ti è venuto sonno?"
"Mi fissò con uno strano sguardo, i capillari rotti nel naso, provocati non certo dagli urti di boccali di vino vuoti.

"Non ti sei accorto di nulla, ieri sera?"
"Non lo so, dimmelo tu!", disse passando immediatamente alla difensiva.
"Ascolta bene", gli dissi. "Tra tre anni, a partire da adesso, ti descriverò lo scherzo che ti abbiamo fatto ieri sera".

C'era uno strano silenzio negli spogliatoi.
L'atmosfera non era tesa ma canzonata, perchè tutti sapevano tutto.
Segnai una data su un'agenda elettronica (all'epoca c'erano i primi databank!) e tre anni più avanti da quel giorno mi sarebbe arrivato un avviso.
E dopo tre anni mantenni la parola.

"Luigi, ricordi quella notte?"
"Certo! Come potrei dimenticarmela!".
Glielo dissi con una sfrontatezza da non lasciare spazio ad alcun rigiro.
"Quella notte ti feci fumare uno spinello!"
Gli diedi le spalle e me ne andai sorridendo.

Rimase fermo ed incredulo per una decina di secondi.
Da lontano, sentii urla e movimento: "SIETE MATTI?! Scemelani che non siete altro! Vieni qui, tranvai! Mi ero accorto che cera qualcosa di strano, cosa credi! E se non potevo più farne a meno? E se prendevo l'aids?"

Era il 1990, ragazzi

1990. Il periodo più sereno della mia vita.
Questi ricordi oggi li posso raccontare e condividere su un blog.
La mia Internet, a quell'epoca, la facevo via radio tramite packet a 432mhz.


Questa storia è vera. Solo un nome è di fantasia.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Abbiamo 831 visitatori e nessun utente online

Badge Linkedin

Ultimi commenti

Login