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Pronto, c'è Giovanni? Chiese una voce al telefono

Quando venni a sapere che mi sarei dovuto alzare alle quattro del mattino per un piantonamento da sei ore e mezza, per poco non svenni.
Se il servizio più terribile era il tre-sei, sicuramente il più noioso, a livelli disumani, era il servizio di piantone ospedaliero.
Una tortura immane. Inaudita.

Non potevamo credere di chiuderci dentro una stanza per così tanto tempo ma oramai sapevamo che poteva accadere perchè era già successo altre volte; al sei-tre ero (quasi) riuscito ad abituarmi.
Al piantonamento NO. Mai e poi mai.

Avevo però qualche attenuante su cui contare.
Prima di tutto, avrei goduto della compagnia di Claudio: in due, il suicidio per noia non sarebbe stato così facile.
Secondo di tutto, la mia mente perfida avrebbe escogitato una tattica per consumare con meno sofferenza quell'interminabile lasso di tempo.
Terzo di tutto, eravamo al chiuso, al caldo e, di nascosto, avrei portato qualche rivista da sfogliare. Vietatissimo ma fattibile.

Ma si, tutto sommato non sarebbe andata malaccio. Con Claudio, poi, sarei riuscito a chiacchierare anche 12 ore di fila.
In ogni caso, il mio destino era segnato: rimaneva la questione della mostruosa ora di sveglia. Le quattro del mattino erano un orario brutale e crudele. Mai avrei sospettato che negli anni a venire, avrei fatto dieci anni di turni in uno stabilimento, senza riuscire mai ad abituarmi alla sveglia delle 5.

Ci recammo all'ospedale di Alessandria.
Lungo il corridoio che portava verso la camera del malato da piantonare, notai un telefono. Una linea interna dell'ospedale, riflettei.
In preda ad un flash incontrollabile, mi fermai, lessi e memorizzai il numero. Quattro cifre si potevano ricordare facilmente.
Mi voltai e fissai serio Claudio: "qualsiasi cosa accadrà oggi, non fermarmi e vedrai che il tempo passerà più facilmente. Prometti?".
Claudio mi conosceva e con sguardo perplesso, non rispose. Aggrottando la fronte proseguì scrollando lentamente la testa.

Entrammo nella sala delle torture e salutammo i colleghi che lasciavano - con piacere - la stanza.
Ci chiudemmo a chiave.

Un tavolo con un monitor e due telefoni occupava il centro sala.
Un telefono per le chiamate interne all'ospedale, in caso il detenuto si sentisse male, l'altro per le chiamate esterne.
Non persi tempo: alzai una cornetta e composi il numero annotato pochi minuti prima.
Sul monitor vidi un infermiere dirigersi lentamente verso quel telefono.
La telecamera lo riprendeva perfettamente. Ottimo, sogghignai.

"Si?", rispose l'infermiere.
"Mi scusi, sto cercando Giovanni. Può vedere se è in reparto?"

Claudio era attonito. Seduto sul divano, mi guardava con gli occhi sgranati, la bocca aperta.
Solo qualche mese prima se un Carabiniere mi avesse guardato in quel modo mi sarei preoccupato.
Ora, ero io il Carabiniere e un mio parigrado mi stava fissando proprio in quel modo.

L'infermiere ebbe un momento di esitazione, poi farfugliò qualcosa di incomprensibile e posò il ricevitore senza agganciare.
Dal monitor lo vidi allontanarsi ed entrare in una stanza adiacente e poco dopo, tornò: "Qui non c'è nessun Giovanni".

"Grazie, mi scusi tanto", riagganciai.
Claudio aveva le mani tra i capelli e fissava le scarpe: "Cosa hai intenzione di fare?", chiese con un filo di voce.

"Taci e osserva".
Passò un minuto e ripetei la chiamata: "Giovanni?"
"No", rispose l'infermiere.
"Abbia pazienza, può controllare se è arrivato?"
"Un momento..".

Rigorosamente in bianco e nero sul tubo catodico di quel monitor, apparve la stessa scena.
Gli schermi LCD piatti e sottili sarebbero arrivati almeno vent'anni più tardi.

L'infermiere tornò: "Niente, non c'è. Mi scusi, ho un po' da fare..."
"Grazie" lo interruppi bruscamente: "E' molto importante ed urgente", chiusi la comunicazione.

La cosa si ripetè per sei ore. Sei ore di telefonate, alla ricerca di Giovanni.
Un incubo agghiacciante.

Solo a vent'anni, se si è in preda a follia, si trova il coraggio per certe azioni. Ma a volte, alcune cose si fanno anche in piena lucidità mentale.
Si fanno magari perchè, poi, le puoi raccontare ad un gruppo di amici ritrovati venticinque anni dopo su un social network di colore blu o sul tuo blog.
Quella mattina, vidi l'infermiere rispondere al telefono almeno una ventina di volte e per altrettante occasioni, lo vidi allontanarsi per cercare Giovanni.

Ammetto con piena modestia di essere stato un genio: ad ogni chiamata trovavo scuse perfettamente plausibili per riuscire a smuovere quell'inserviente per mandarlo a cercare quell'inesistente persona.

Claudio, intanto, era in preda a spasmi di rabbia e risate: "SMETTILA!!", urlava. "Hai una divisa, non ti vedi?"
"Mi hai promesso che non saresti intervenuto!", gli ricordai serio e, incredibilmente, in quel lasso di tempo interminabile, riuscii a tenere a bada sia Claudio che l'infermiere.

Tutto si svolse secondo un mio scellerato piano: sopravvivere alle sei ore e giungere alla conclusione di quella orrenda tortura cui stavo sottoponendo l'impiegato dell'ospedale.
E il mio collega.

E la conclusione di Tutto arrivò.

Mancavano trenta minuti alla fine del turno.
Impugnai l'ultima volta la cornetta e composi ancora quel numero ruotando il disco combinatore.
Vidi una figura in bianco e nero avvicinarsi stancamente a quel telefono, laggiù, lungo quel corridoio: "Si?"
Con voce alterata chiesi: "Sono Giovanni. Mi ha cercato qualcuno?"

Per un attimo seguì il silenzio.
Poi si scatenò l'inferno.

Le urla dell'infermiere tuonarono attraversando il corridoio e con un riverbero confuso, attraversarono la porta blindata.
"IO SONO L'INFERMIERE DI TURNO!!! FACCIO IL MIO LAVORO DA VENT'ANNI!!! CHI E' QUELLO STRONZO CHE ROMPE I COGLIONI????"
E via su questo tono.

Claudio era incredulo.
Conosceva quella barzelletta ma mai avrebbe sospettato che l'avrei portata sul palcoscenico del turno di piantone.
Mai avrebbe creduto avessi fatto sul serio.

Ridemmo così tanto che non ci accorgemmo dei colleghi venuti a darci il cambio.
Con fatica, ci ricomponemmo e uscimmo dalla stanza con sguardo truce, tipico da carabinieri anni 80, figli di film e telefilm con Bombolo e Thomas Milian.

Passammo accanto all'infermiere che alzò lo sguardo di scatto e ci guardò serio.
Per un momento, solo per un momento, lessi qualcosa nei suoi occhi, forse un interrogativo: "Possibile che...?"
"No" - avrà pensato - "Sono Carabinieri".

Poi distolse velocemente l'attenzione come per scrollarsi di dosso quello strano pensiero accusatorio e proseguì la sua vita, sicuramente, con uno spirito diverso da quello di inizio turno.

Dove sei, oggi, caro infermiere?
Ero io, Giovanni.

Telefono analogico

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