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Perchè abbiamo bisogno di Eroi

Quell'estate in Grecia faceva caldo, un caldo tremendo.
Credo che il 1978 fosse l'anno in cui i media scoprirono il successo degli allarmi climatici, anche in Grecia.

La spiaggetta era un piccolo paradiso anche per un bambino di 10/12 anni che dopo un bagno in mare si era coricato sulla sabbia rovente, intontito dalla temperatura torrida.
Lentamente, gli schiamazzi dei ragazzini iniziavano a fondersi tra il rumore ritmico e lento delle onde sulla battigia. Stavo appisolandomi.

Un crepitio e alcune urla mi destarono da quello stato di torpore.
Intontito, mi sedetti sull'asciugamano per individuare la fonte di quel rumore che pareva una lenta lacerazione.
Le urla aumentarono ed anche se in tedesco, francese e chissà quali altre lingue, intesi immediatamente che stava per accadere qualcosa di grave ed imminente.
Poi vidi.

Un auto a motore spento, priva di controllo, stava spingendo una rete di contenimento del campeggio sovrastante la spiaggia.
Il salto che avrebbe compiuto era notevole, almeno una decina di metri ma anche a quella distanza vidi ciò che mi rimase impresso per sempre nella memoria: un bambino che piangeva all'interno dell'abitacolo. Entro pochi secondi la rete si sarebbe strappata e l'auto sarebbe caduta in spiaggia, passeggero incluso.

Poi accadde: la rete cedette e l'auto precipitò a muso in giù.
Era una Citroen Squalo grigio chiaro, al suo interno le urla del bambino che, evidentemente giocando, aveva sganciato il freno a mano lasciando che la forza di gravità compisse il suo corso.

Con un fracasso di lamiera, vetri e urla, la Citroen si schiantò sulla sabbia e rimase per un momento eterno in bilico in una posizione grottesca, verticale.

Tra tutta la folla che urlava ero il più vicino ad un altro bimbo che da li a pochi secondi sarebbe rimasto schiacciato sotto il peso dell'autovettura.
Ricordo le mie gambe immobili, gli occhi sgranati.
Ricordo il fiato corto, la paura di non poter fare nulla. La paura che non avrei mai potuto salvare quel bambino in mezzo ai suoi giochi.
Ricordo il pianto all'interno dell'auto e le urla di colui che sarebbe rimasto ucciso dal veicolo, rovesciandosi.
Ricordo tutto, anche un'ombra che, come il vento, mi volò accanto agguantando con forza il neonato per un braccino, strappandolo via dal suo certo destino mentre la vettura terminò il suo tragitto rovinando sul tetto, ruote all'insu.

Urla.
Gente che piangeva, che correva da tutte le parti. Ed il caldo indifferente.
Qualcuno che apriva la portiera della Citroen ed estraeva dall'abitacolo un bambino in lacrime.
Ed io che rimasi fermo e guardare.
Non feci nulla. Ebbi paura di reagire e non feci nulla.

Poi, una ragazzina tedesca della mia età, mia vicina di tenda, si avvicinò piangendo: "There was a child!" e corse via.

Rimasi li.
Non piansi e non dissi nulla. Rimasi semplicemente li ad osservare.

L'eroe che cerco nei fumetti e nelle fantasie di registi in grado di dare credibilità alle storie che ho sempre letto sui numeri di Thor o Spiderman, sono io.
So benissimo che se avessi salvato quel bambino, non mi sarei sentito prode ma di sicuro, non codardo.
Oggi so di non essermi comportato da vigliacco; quel giorno c'era un bambino incapace di calcolare le dinamiche e le tempistiche di eventi più grandi di lui.
Ma un conto è la razionalità, un conto è il vissuto.

Quell'estate, in Grecia, faceva caldo. Un caldo tremendo che ricorderò per tutta la vita.

Thor, il mio eroe

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